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11 marzo 2025

Wastin' time
con Redding
e Maccheroni

di Carlo de Nonno

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All’inizio c’è solo il rumore del mare e qualche lontano e stridulo garrito di gabbiani. Poi entra un ritmo cullante del basso presto raggiunto da un soffice drumming. Poi la voce:

Sittin' in the mornin' sun
I'll be sittin' when the evenin' come
Watching the ships roll in
And then I watch 'em roll away again, yeah


E lo vedi quest’uomo che se ne sta seduto sul molo di un porto a guardare le navi che entrano e le navi che escono. Nient’altro:

I'm sittin' on the dock of the bay
Wastin' time


Perdere tempo. Ma l’inglese dice qualcosa in più: “wastin’ time”, sprecare tempo. Quanto di più lontano dalle nostre frenesie produttive, dal nostro attivismo per non vedere il vuoto. Con cui invece quest’uomo non ha più paura di confrontarsi, nel quale non teme di immergersi. Perché non ha più nulla per cui vivere, in una solitudine che per sempre gli farà compagnia.

Illustrazione di Adriana Tessier

Otis Redding scrisse (con Steve Cropper) Sittin’ on the dock of the Bay nel 1967 e, dicunt, la registrò per 2 volte (in qualche take imitando egli stesso il verso dei gabbiani, che lo affascinavano), l’ultima pochi giorni prima di andare incontro al suo destino in un incidente aereo il 10 dicembre.

E dunque la voce che da allora sentiamo è effettivamente quella di un uomo negli ultimi giorni di vita e che di tempo da sprecare non ne avrebbe più avuto.

Eppure in quella musica ipnotica, in quella voce dolcemente disincantata, non c’è tristezza, non c’è rimpianto. C’è una volontà: me ne starò qui seduto, sul molo del porto …a non fare niente, a sprecare il mio tempo. Spreco sublime.

Tanti anni dopo, nel 1985, Ettore Scola dirige “Maccheroni”. Non proprio uno dei suoi esiti più memorabili. Eppure in questo strampalato incontro tra un Mastroianni napoletano fatalista e devoto e un Jack Lemmon americano pragmatico e disincantato, entrambi in età più che matura, si annida un sentimento del tempo affine al significato della canzone di Otis Redding.

Affine. Non uguale. Anzi, a ben guardare radicalmente diverso. Perché in questo caso col tempo si gioca: a fermarlo, a riprenderlo, a ricordarlo, a perderlo. Perderlo e basta. Tutto avviene su una specie di molo artificiale (oh guarda…) a Napoli, in cui i due si avventurano in un mattino assolato (mornin’ sun…, oh riguarda!) tra discorsi senza tanto senso e spari di botte a muro. Alla fine della scena ( https://www.youtube.com/watch?v=wcTBQNUQfP0, a partire da circa 2’00), seduti su una banchina a parlare di improbabili episodi di resurrezione dalla morte, Marcello si immobilizza al sole invernale con tanto di cappello e cappotto, mentre Jack lo guarda sempre più conquistato, e dice: “Ah… comme è bello perdere tempo”. Perdita sublime.

No?




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