MONDEGHILI
POLPETTE
METICCE
A MILANO

di ANTONIO SILVA

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C’è stato un tempo in cui era sconveniente, se non proibito, parlare in dialetto.

Il problema si pose a quelli della mia generazione, i nati nel primo dopoguerra, che erano cresciuti parlando ancora il dialetto come lingua madre e dovevano obbligatoriamente adattarsi a parlare in italiano.

Soprattutto a scuola.

Ricordo l’imbarazzo di un mio compagno di classe, ed eravamo forse già in terza elementare, che non riusciva ad articolare la parola foruncolo per indicare l’orribile impresentabile sborsioeu fioritogli sulla guancia. E il conseguente cazziatone da parte del maestro.

Ecco, il disastro è cominciato lì. Il risultato è che oggi nessuno parla più in milanese.

Ossignor, qualcuno fa finta ancora di parlarlo. Ma sono i fighetti che così se la tirano pensando che faccia intellò. E poi sparano delle vaccate inesistenti in dialetto.

Nobiltà e modernità.

Vi spiego cosa intendo e poi vi faccio qualche esempio.

Nobiltà, perché il dialetto milanese è ricco di parole che derivano – molte – dal latino e - alcune – dal greco.

Modernità, perché - in epoca di inclusività – il dialetto milanese ha una storia di meticciato che spacca.

Prendiamo, a mo’ di esempio – appunto -, qualche parola tipica del dialetto e ricostruiamone l’origine. Partiamo dalla cucina, che è sempre un bel partire.

Pensate ai mondeghili, che raccontano una storia di globalizzazione ante litteram.

I mondeghili sono un piatto tipico della cucina povera. Delle polpette, che mia mamma, ma mica solo lei, realizzava mischiando col pan poss grattato diversi tipi di avanzi di carne, carne “frusta” precisa il Cherubini.

Carni povere, ovviamente: quella che si recuperava raschiando le costine del biancostato già usate per il lesso, o rimasugli di “culi” di insaccati.

Macinava il tutto, col macinino a mano; ci aggiungeva un uovo e un po’ di grana – poco che ’l costa car – per dare sostanza, una grattatina di noce moscata e via a cuocerli col burro, in padella. Ho detto burro, t’è capì?

Ne risultavano delle palline di tre/quattro centimetri di diametro, un po’ schiacciate in testa e che, in bocca, facevano scoppiare una autentica bomba di sapori.

Per un po’ erano scomparsi dalla cucina milanese. Adesso sono tornati di moda nei ristoranti fighetti. Dove, se scegliete mondeghili dal menu, vi portano tre palline del diametro di tre/quattro picometri, ripiene di aria fritta insaporita di spezie esotiche (?), che vi faranno pagare, al momento del conto, quanto il valore dei diamanti alla borsa di Amsterdam.

Il bello è scoprire come sono nati i mondeghili e da dove abbia avuto origine il loro nome.

Alòra.

Nell’alto Medio Evo, ma alto alto: diciamo a partire dal 700, gli Arabi arrivano in Spagna e insegnano agli Spagnoli, tutti: sia Castigliani che Catalani anche se non si chiamavano ancora così ma già parlavano diverso, a impastare sfere di carne trita e poi friggerla.

Loro, gli Arabi, quelle palline lì le chiamavano al-bunduq, termine con cui indicavano in origine le nocciole. Così, la parola araba storpiata diventa in castigliano “albondeguila” e in catalano “mondonguilha”.

Nei primi decenni del 1500, gli Spagnoli arrivano a Milano e ci restano per due secoli, qualche anno in meno.

Inevitabile che anche le abitudini culinarie spagnole, oltre ad altre abitudini – tra cui quelle lessicali e linguistiche, presempio – attecchissero e così i Milanesi imparano a cucinare i mondeghili. Storpiando ulteriormente il nome originario.

Sapete che, quando si tratta di etimologia, nulla è mai certo al cento per cento. Μa, toeumen e damen, la storia è quella.

Adesso pensate, se buttate via quella parola lì buttate via milletrecento anni di storia.

Pensate però, soprattutto, quanta roba c’è in quella parola lì e quanto roba buona c’era e c’è nei mondeghili.

Naturalmente astenersi ricette rivisitate e trendy. Che fanno solo girare i mondeghili.





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