DRAGHI, NAVI
E INCAPPUCCIATI
UN TEATRO
PER L'AMBIENTE

Avevo conosciuto Manuel Vilanova al festival di Aurillac. Eravamo andati in una piazzetta per vedere un clown di cui si diceva un gran bene. Io ero arrivato con un bell'anticipo perché la piazzetta era piuttosto piccola. Manuel arrivò quando ormai tutti i posti a sedere erano occupati.Mi chiese gentilmente se potevo cedergli il mio posto, aveva un ginocchio malfermo e dolorante e non sarebbe riuscito a restare in piedi per tutta la durata della performance.
Ma sì, per me non era un gran problema. Gli lasciai il mio posto e qualcuno che aveva visto la scena mi fece posto sul muretto di una grande aiuola, e così anch'io vidi lo spettacolo da seduto.
Lo spettacolo era molto carino e divertente, giocato un po' sul filo di una comicità crudele... noi adulti ridevamo, ma c'era anche qualche bambino che piangeva, credendo che gli animali su cui il clown infieriva fossero reali e vivi, e non dei peluche.
Alla fine, Manuel volle offrirmi una birra...
È anche così che ci si conosce e si fa amicizia, ai festival.

Manuel era direttore artistico della compagnia Xarxa Teatre di Valencia e di un festival di “Teatre de calle” a Vila-Real. Gli raccontai un po' cosa facevo io e, alla fine della birra, ci scambiammo i biglietti da visita e ci ripromettemmo di restare in contatto.
L'estate successiva ero al festival di Viladecans per vedere l'anteprima dell'ultimo spettacolo di Xarxa. Una grande produzione con tutti gli elementi tipici del loro lavoro: cascate di fuoco, meravigliosi carri carnevaleschi, riferimenti al mondo della corrida, ma anche all'universo di qualche maestro dell'arte e una colonna sonora dal vivo che proseguiva ininterrotta per tutta la durata della performance. Oltre ai tamburi che imponevano un ritmo indiavolato c'erano degli strumenti a fiato tipici della tradizione popolare. Li chiamerò pifferi, perché non so quale altro termine sia più esatto.
Il pittore di riferimento di questo lavoro (non ricordo il titolo) era Ensor, e l'opera era “L'entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889”.
Nell'opera si distinguono in primo piano figure orrende: borghesi con la bombetta, clown con la faccia bianca stravolta e le occhiaie infossate che sembrano fatti apposta per popolare i peggiori incubi notturni, e poi un vescovo, un borghese con il cappello a cilindro, dame con la veletta sul viso, militari con copricapi col pennacchio, ballerine che sembrano appena uscite dal Moulin Rouge e che , con ancora il costume di scena, ballano in strada il can-can al passaggio di Cristo.
Siamo nel 1889, in Europa trionfa la cultura della belle époque. La grande guerra arriverà una ventina d'anni dopo.
Il quadro, che superato il liberty, è già in pieno stile espressionista, dà l'idea di una baraonda indiavolata, dove il “povero Cristo”, piccolo, in fondo, vestito di tela marrone, quasi non lo si distingue in mezzo a tutto quel caos.
Nello spettacolo di Xarxa, Cristo non lo si vede proprio.
Si vede invece il palco delle autorità da cui il sindaco e il ministro, con il pancione e la fusciacca che attraversa il petto, assistono compiaciuti alla parata, insieme alle loro consorti.
In mezzo alle facce imbiancate, stravolte, allucinate, compare anche, scatenata nella danza, e con un grottesco cappello a cilindro, una morte ghignante.
Lo spettacolo è diventato una danza macabra in cui anche il pubblico viene coinvolto gioiosamente. Poco dopo la metà, entrano in scena due ruote enormi, almeno tre metri di diametro; in una è contenuto il simbolo del dollaro, nell'altra quello dell'euro. Le due ruote, spinte da personaggi grotteschi, folli e stralunati danzano al centro della piazza, si avvicinano, si scontrano in un tripudio di fuochi d'artificio, poi si allontanano per tornare a riavvicinarsi.
Questa danza/scontro tra le due valute termina con una visione apocalittica.
Un enorme drago volante (e per enorme intendo lungo almeno venti metri), credo gonfiato ad elio, entra in scena e sorvola la piazza. Sotto di lui si scatena l'apocalisse (ognuno la interpreti come gli pare), fino al buio e al silenzio. La folla si libera dall'angoscia nel boato dell'applauso.
Valeva la pena di arrivare fin qui.
Nel repertorio di Xarxa ci sono altri due spettacoli ispirati alla pittura.
In uno, personaggi di Mirò, costruiti in cartapesta, coloratissimi e brillanti, corredati di cascate di fuochi d'artificio, attraversano un viale della città fino ad arrivare in una piazza dove in un tripudio di pifferi e tamburi vengono dati alle fiamme.
Nell'altro, ispirato a Goja e Picasso, una sarabanda di figure incappucciate spinge avanti carri infuocati, macchine che simulano i tori delle corride. Anche qui Xarxa porta la sua carica di energia straripante, incontenibile e contagiosa. Alla fine alcuni carri, spenti gli effetti pirotecnici, vengono radunati su un lato della piazza e, accostati l'uno all'altro compongono la terribile immagine di Guernica. Magnifico.

Qui, a Viladecans, Manuel Vilanova mi presenta Leandre Martì, il suo collaboratore più vicino; mi parla di uno spettacolo che stanno preparando. Il titolo è “Veles e vents”. A loro farebbe piacere portarlo il Italia. Si tratta di una denuncia relativa ai numerosi naufragi, avvenuti nell'oceano, di petroliere o di navi che trasportano materiali inquinanti. Mi parla della Amoco Cadiz, della Exxon Valdez, della Prestige. Ciascuna di queste navi aveva causato danni ambientali immensi.
Ecco, nel loro spettacolo si inizia coi viaggi delle navi spinte dal vento, nel mediterraneo ai tempi dei Fenici e dell'Odissea e si prosegue fino alle grandi navi e alle catastrofi dei giorni nostri.
L'idea la condivido, mi piace. Decido di portare lo spettacolo, “Vele e venti” in Italia.
I Xarxa arrivano con un enorme tir carico di scenografie.
Il giorno dopo, il giorno prima dello spettacolo, comincia il montaggio.
Siamo in un bellissimo parco. Decidiamo dove allestire il palco e inizia lo scarico.

Dopo poco comincia a piovere e piove tutto il giorno.
Alla sera la compagnia deve fare alcune prove. Anche se lo spettacolo è il giorno dopo, è pieno di gente. Si perché chi passa e vede i preparativi si incuriosisce e dopo cena viene a farsi un giro “per vedere come va”. Si fanno i puntamenti delle luci e si provano dei movimenti... dei cambi di scena. Piove che Dio la manda. Il pubblico non si muove; davanti al palco una distesa di ombrelli. Ogni tanto qualcuno mi si avvicina, chiede spiegazioni, esprime l'apprezzamento e auspica: “Speriamo che domani non piova”.
Il giorno dopo piove ancora di più. La compagnia lavora nel fango. Il bello del gran teatro urbano, è che non ci sono primedonne, non ci sono capricci. Come gli alpini, “taci e tira!”.
Sono le otto. Piove ancora, ma meno. I primi spettatori cominciano ad arrivare, con impermeabili e ombrelli. Vogliono accaparrarsi i posti migliori, nelle prime file, davanti al palco.
Non so per quale miracolo, alle nove meno un quarto smette di piovere. Alle nove e dieci introduco lo spettacolo, e lo spettacolo comincia. I carpentieri costruiscono la nave di Ulisse, si alzano le vele e la nave solca il Mediterraneo. Poi è la volta delle navi di metallo; martelli enormi battono sugli incudini; dalle casse arriva una musica epica, sembra la colonna sonora di una battaglia.

Alla fine la folla, saranno stati due o tremila spettatori, esplode in una ovazione.
Io riprendo il microfono e ringrazio il pubblico per essere stato presente nonostante il freddo e l'umidità. Nel momento in cui auguro la buona notte, un fulmine squarcia il cielo dietro il palco e si scatena un temporale furioso. Pioverà tutta la notte. Al mattino lo spazio sembra un campo di battaglia, ma ne valeva la pena.
Ancora oggi quando giro per la città c'è qualcuno che mi riconosce e mi domanda: “... ma si ricorda, che meraviglia, quella sera, quello spettacolo delle navi...?”.
Si si, io mi ricordo.
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