EBBREZZE.
COME CAMBIARSI
LA VITA

di ILARIA GUIDANTONI

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"Ebbrezze" di Umberto Cutolo - sottotitolo "Da Noè al colibrì, da Hemingway al Martini: la bevuta che cambia la vita" -, edito da Jimenez Edizioni collana Turning Point - 147 pagine, 15 euro – è un testo curioso, dalla scrittura agile, divertente, con il piglio del cronista che sa incuriosire. Mostra una certa nonchalance nel trattare gli argomenti, ma non trascura la possibilità di affondare il coltello dove serve, anche con una certa autoironia. E è un libro colto, di quella cultura di mondo tipica dei giornalisti di un tempo, alimentata da buone letture. È il racconto curioso e autobiografico di un viaggio nell’ebbrezza, non solo alcolica, nella Roma degli Anni Sessanta, il più bel posto dove avere vent’anni in quel decennio, scrive l’autore, una generazione ‘perduta’ secondo alcuni, o forse vissuta fino in fondo, una generazione sognante.


("Ebbrezze" di Umberto Cutolo - Jimenez Edizioni, 15 euro)


La storia personale di un astemio, che si innamora non dell’alcol ma del gusto alcolico, diventa quindi il racconto di una generazione. E un viaggio nel tempo e nello spazio pieno di stimoli, di curiosità, e anche di sorprese- Un’indagine sulla vita quotidiana e nella storia, nell’arte, nella cultura, nella religione e nel pensiero, nelle esperienze dei singoli e in quelle universali dell’ebbrezza, a cominciare dalla parola e dalla confusione intorno all’ubriachezza. L’ebbrezza in fondo è il sogno della felicità, è l’abbraccio alla vita nel suo entusiasmo, nel suo andare oltre la misura, a volte un po’ risicata, della ragione. C’è un’ebbrezza buona, quella consentita pure dalla Bibbia, creativa, che fa star bene; e una ‘cattiva’, che è debordante e che rende ‘tristi e cattivi’. Tra questi due poli ci sono infiniti capitoli, passando dalla cultura popolare alla cultura alta, un tema trasversale che tocca il mondo antico come quello contemporaneo con infinite sfumature.


(Un cratere a calice)


C’è il mondo dell’antica Grecia e poi dell’antica Roma con le divinità legate al vino; la religione che chiede misura o che proibisce del tutto il consumo di alcol ma anche il monachesimo, che ha salvato la viticoltura dall’abbandono dopo le invasioni barbariche con l'espediente del vino per la messa. Ci sono l’arte e la letteratura con la loro frequentazione intima con l’alcol, spesso una suggestione raccontata ed enfatizzata fuori dalle reali proporzioni diventata un mito. Il relativo capitolo è molto gustoso e pieno di dettagli: da Hemingway diventato quasi un modo di vivere, uno stile, ai poeti maudit francesi, così definiti da Paul Verlaine che faceva uso assiduo dell’assenzio, la fée verte, la fatina verde con il suo potere incantatorio, al modello anglosassone e americano – là dove il protagonista era l’alcol e non più la letteratura - due modi di avvicinarsi all’ebbrezza che non sono null’altro che il riflesso di due concezioni del vivere differente. E poi la politica, che ha utilizzato l’alcol in un senso o nell’altro, a fini elettorali, di consenso o per governare. Incluso qui il fallimento del Proibizionismo americano degli Anni Venti del secolo scorso.


(Dom Perignon, 'padre' dello Champagne)


Partendo come si ricordava dall'esperienza personale - l'incontro con un cocktail Martini alla fine degli anni Sessanta in una Roma spensierata e gaudente - l'autore trova nella diffusa ebbrezza alcolica e creativa di quei giorni il fil rouge con un mondo oggi perduto e vivo nella nostalgia. La riflessione che si percepisce tra le righe è che spesso, per non dire sempre, l’ebbrezza è l’effetto di una scelta, della nostra ricerca del benessere, da cui l’ebbrezza amorosa: e questo ci accomuna a tutti gli esseri viventi, perché anche gli animali sono inclini a consumare l’alcol se lo trovano o la frutta fermentata, che è poi alla base del vino.





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