di Fausto Delegà
"Lega un albero di fico nel modo in cui vorresti crescesse e, quando sarai vecchio, potrai sederti al riparo offerto dalla sua ombra.” Così scriveva molti anni fa il grande Charles Dickens.

Non amo in genere fare citazioni, ma in questo caso le parole del notissimo scrittore e giornalista britannico le vedo adatte per aprire un discorso proprio sul fico. Ora qualcuno di voi immagino possa dire: “Ma caro erbaiolo, che cosa c’entra il fico con le sgambate alimurgiche?” Domanda corretta, ma non é il fico come frutto che oggi ci potrá interessare.
Tutti conoscono i fichi e amano questo “non frutto” dolcissimo e dalle decine di sfumature in aroma, colore e dolcezza. Ma dato che siamo in tema diciamo anche che il fico… non é un frutto.
Ebbene si: il dolce fico scientificamente parlando non é un frutto. Trattasi, infatti, di un fiore, o per meglio dire con maggiore correttezza scientifica il fico é una infiorescenza carnosa e la pianta del fico é come un sostegno per centinaia di campi di fiori che invece di sbocciare all’esterno sbocciano all’interno nella struttura dalla notissima forma di fico chiamata "siconio"; uno strano campo di fiori nascosto, in genere rosso vivo, dove solo alcuni piccolissimi insetti-vespe possono entrare per impollinare.

E ogni fico ha quasi sempre la sua vespa specifica che ne cura l’impollinazione. Come ho giá detto però non é il fico come frutto-infiorescenza ad interessarci, né la fine che fa la piccola vespa dopo aver svolto il suo compito, bensí le sue foglie, le quali in una ideale sgambata tra vigneti o uliveti - che di solito con le piante di fichi condividono gli stessi terreni - possono essere tranquillamente raccolte senza incorrere nelle ire del proprietario dei fichi, che in genere delle foglie non se ne fa nulla.
Sí, avete letto bene: proprio le enormi foglie. Possono essere raccolte e utilizzate a fini alimentari, essendo perfettamente commestibili.

Ora, non pensate di farne risotti o frittate con le foglie del fico, non se ne parla! Hanno una consistenza e una trama fogliare non adatta alla cottura, se non per farne ottimi the che hanno buone e molteplici proprietà curative che non elenco per non annoiare. Perciò, che ce ne facciamo?
Semplice: le laviamo per bene e poi, una volta asciugate, togliamo loro il grosso picciolo - contenitore primario del noto latte di fico che non ha interesse alimentare - e le stendiamo su fogli di carta da cucina, alternando foglie e carta in modo che quest’ultima separi foglia da foglia.

Così le lasciamo seccare perfettamente, finché non divengano sbriciolabili con facilità. Serviranno circa 5-6 giorni.
A quel punto ci verrá in aiuto un buon frullatore elettrico da caffé, che ridurrà le foglie in fine polvere, che sarà proprio il prodotto finale che ci interessa: polvere di foglie di fico che si presenterá come potete vedere nella foto qui sotto.

A questo punto che uso farne?
Prima di tutto alcune indicazioni sul sapore di questa polvere di foglie di fico. Sapore ottimo e abbastanza intenso, usando quantità appropriate. Ricorda molto la vaniglia e il cocco.
Si può lasciar cadere su un piatto di pasta, su carni e pesci. La si potrá anche aggiungere alla farina che servirá per una pasta all’uovo che risulterà di un bel colore verde e dall’aroma particolare.
Io l’ho usata varie volte aggiungendola a formaggi spalmabili o meglio ancora ad una buona ricotta di pecora. Ottima anche nei passati di verdura.
La polvere si conserva ben chiusa in un barattolo ermetico a temperatura ambiente e al buio.
Infine usando la foglia di fico come prelibatezza culinaria, la affrancherete un po’ anche dal suo uso come metafora che indica una intenzione di celare alla bell’e meglio un'azione non proprio da poter compiere alla luce del sole, e la mite e buona foglia di fico invece di celare scoprirà tutti i suoi buoni aromi.
Come sempre alla prossima sgambata salutare, naturalmente su Foglieviaggi.