VINITALY
SULLA FIERA
LO SPETTRO
DEI DAZI

Vinitaly è alle porte e il mondo del vino europeo trattiene il fiato. No, non è per l’emozione di poter versare nei calici le chicche di oltre 4mila cantine presenti nei padiglioni di Verona Fiere. La suspence arriva dall’America. Tutte le aziende enologiche stanno attendendo il 2 aprile per capire le reali intenzioni del Presidente Trump: la spada di Damocle che incombe sull’agroalimentare italiano, specificatamente sui tappi delle bottiglie di vino.

Se il tycoon impone dazi per il 200%, stappare una bottiglia di vino italiano diventerà molto, ma molto impegnativo. Penalizzando in primis le produzioni di grandi riserve, incidendo anche sulle fasce di vini di pronta beva. È la ritorsione di Trump contro l’azione di Bruxelles di imporre dazi onerosi sul whisky ‘stelle e strisce’, con una serie di ripicche e minacce commerciali decisamente inquietanti.

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Il prezzo del vino Made in Europa potrebbe quasi quintuplicare! Con l’Italia assolutamente penalizzata. Prosecco nel mirino, ma anche alcuni vini di facile approccio. Il Pinot grigio, ad esempio, potrà costare oltre 40 dollari la bottiglia, quotazione riferita all’offerta sullo scaffale di enoteche e negozi della distribuzione, mentre al ristorante - sulla ‘carta vini’ - avrà una calibratura di almeno 60 dollari. Una follia, se il confronto è mirato sul ‘prezzo partenza cantina’.

Proibitivi i rincari pure per i grandi marchi, vini blasonati. Per stappare una bottiglia di vini d’alto calibro bisognerebbe sborsare non meno di 350 dollari, ovvero: attorno ai 50 euro a bicchiere! Idem per le prestigiose cuvèe del Trento Doc o Franciacorta, nonchè altri brand del rinomato buon bere italiano.

Intanto ogni esportatore verso gli USA non ha registrato nelle scorse settimane sostanziose richieste. Non solo: sono allo stoccaggio nei porti di partenza anche i bancali di vino ordinati nelle ultime settimane. Tutto fermo, container sigillati nelle navi già pronte a prendere il largo.

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L’incertezza e i dubbi daziari costringono le aziende americane distributrici di vino a vigilare su ogni scambio. Ecco allora l’urgenza di trovare nuovi sbocchi commerciali, magari aggirando i - speriamo presunti - dazi della Casa Bianca con una sorta di ‘triangolazione’, spedire vino in Stati attigui l’America, per poi ‘penetrare’ la frontiera trumpiana, anche se l’operatività non è sicuramente di facile applicazione.

Particolarmente angosciati sono i produttori di Prosecco, il vino da sempre amato dai bevitori americani. Che stappano ogni anno oltre 150 milioni di bottiglie. Prosecchisti mobilitati, con la richiesta al ministro Lollobrigida di un suo deciso intervento.

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Dubbi e interrogativi gravano sulla 37esima edizione di Vinitaly. A Verona sono attesi i più importanti buyer del mondo, che troveranno tutta una serie di proposte innovative, molto diversificate, per rendere la rassegna veronese più autorevole di ProWein e guadagnare ulteriore prestigio sulla crescente fiera vino di Parigi. Subito una novità, per certi versi contradditoria: ci sarà uno spazio per il no/low alcol, quei ‘beveroni’ che sfruttano il fascino originario dell’uva per soddisfare fasce particolari di consumatori.

Prevista la presenza di una quarantina di espositori con vini dealcolati, in uno spazio dove andrà in scena pure la cosiddetta ‘mixology’. Altrettanto singolare sarà l’area dei vini elaborati in contenitori d’argilla, quelli delle anfore in stile caucasico.

Vinitaly mira pure all’enoturismo, con una sessantina di cantine pronte ad accogliere una selezionata platea di tour operator, coinvolgendo gli uffici promozionali delle zone enoiche italiane più rinomate. Non mancherà neppure l’anteprima della kermesse scaligera, con una variegata serie di eventi del Vinitaly and the City, tra piazze e luoghi del vino della città, appuntamenti dal 4 al 6 aprile, mentre sabato 5 si terrà l’esclusiva Opera wine. Il tourbillon di bicchieri è dunque garantito, ma tutti aspettano le decisioni di Donald Trump.

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