di
ANDREA ALOI
Un automa tuttofare, ROZZUM 7134 detto Roz, e un coraggioso gattino nero con la sua variegata compagnia di ventura strappano applausi, per la serie: il disegno animato nell’era del computer e dell’intelligenza artificiale non perde la sua magia. Sul comune sfondo di una terra invasa dalle acque, tra catastrofi climatiche e inesorabili cicli della Natura, si sono passati il testimone in sala “Il robot selvaggio” del veterano Chris Sanders per DreamWorks-Universal e “Flow. Un mondo da salvare” del trentenne lettone Gints Zibalodis, all’opera col suo Dream Well Studio. Davide e Golia, 3,5 milioni di dollari il budget di “Flow”, ben 78 per il robottino che poco alla volta scopre di possedere un cuore. Divario incolmabile nel campo dell’animazione, dov’è la tecnologia a spingerne sempre più avanti i confini. Non è un male assoluto, perché sfida giovani autori talentuosi a fare di necessità virtù e, Zibalodis insegna, anche l’immagine più tecnicamente avanzata ha bisogno di sensibilità e creatività per imporsi artisticamente.
Accomunati da uno sguardo inquieto sul destino del pianeta e da animali mattatori della scena, i due film sono in effetti diversi non solo per le risorse messe in campo. “Il robot selvaggio”, ispirato alla serie best seller di Peter Brown, marcia su binari classici, con Roz spaesato in una terra incognita dopo il naufragio del cargo della Universal Dynamics che lo stava portando a destinazione, l’iniziale diffidenza degli inquilini del bosco e la progressiva alleanza tra il robot iperprogrammato e gli amici di piuma e pelo; “Flow” parte col pauroso sconcerto del gattino nero davanti al crescere delle acque, arrivate a sommergere la casa in campagna dove abitava con una famiglia di felinofili accaniti: avevano intagliato nel legno e poi collocato in giardino molte statue di gatti, una enorme e incombente sull’abitazione. Il micino è solo, non c’è traccia di umani, il cataclisma non ha risparmiato nessuno, mentre il robot Roz è figlio dell’alta tecnologia che ha consentito ai non molti superstiti di una sorta di diluvio universale di salvare la pelle, hanno perfino creato coltivazioni all’avanguardia dove lavorano automi “intelligenti”.
E se sono spumeggianti i dialoghi tra il robot, snodato, polifunzionale, tenero, un personaggio difficilmente dimenticabile, e i sodali della foresta, dalla volpe Fink all’oca canadese Beccolustro che, causa imprinting, vede in Roz sua madre, in “Flow” il supergatto fa il suo, cioé miagola e basta, con mille varianti significative, e comunica coi versi nativi anche l’eterogenea squadra imbarcatasi con lui in un piccolo veliero, ovvero un capibara, un cane Labrador, un lemure e un grande uccello serpentario, rimasto ferito per difendere il gattino da un “collega” non si sa se più rissoso o affamato. E si capiscono benissimo. La loro emozionante odissea finirà col ritiro (momentaneo?) delle acque, ma non l’amicizia e un forte vincolo di solidarietà, capace di abbattere ogni diffidenza tra animali di specie diverse. Messaggio-base pure del “Robot selvaggio”, con tutti gli animali del bosco coalizzati contro i terribile automi spediti a recuperare Roz. Battaglia vinta a metà, ma rimarrà saldo l’amore tra il robot e Beccolustro, ormai educato al volo dal falco Fulmine e inaspettatamente promosso a guida durante la migrazione dall'oca selvatica Collolungo. Il volatile orfano, prima schifato poi trionfante: una classico coming of age con riscossa venato di ottimismo molto Usa.
Sul piano visivo “Il robot selvaggio” è un tripudio di luce impressionista, con paesaggi delineati magnificamente e una pittoricità sfavillante. “Flow”, a dispetto del budget infinitamente minore, offre scene subacquee mozzafiato e momenti rapinosi di navigazione all’ombra di templi tibetani semisommersi. Poi è normale che sia parco nei dettagli e i personaggi abbiamo movenze un po’ legnose. Il regista, insieme a movimenti di camera a grande effetto, punta su colori più tenui e certi sfondi sono magistralmente resi con pochi tratti in un bagno di luce, come nella scena col gattino e il serpentario ferito assunto in cielo, un tondo bianco attorniato da pennellate multicolori. Tocco mistico che regala a “Flow” emozioni profonde, apprezzabili anche da un pubblico adulto, mentre “Il robot selvaggio” è, alle somme, più una favola didattica, ben narrata va detto. In questo caso si punta a meravigliare la platea, nell’altro a renderla complice, lasciando che l’atmosfera e il fluire acquoreo e più silenzioso della storia (flow, appunto) prendano piede poco alla volta. Non invasivi, ovviamente, i commenti musicali di Rihards Zajupe.
Il giovane Zibalodis, ben assistito dal direttore dell’animazione Léo Billy Pélissier e dal cosceneggiatore Matīss Kaža ha davvero realizzato un sogno, pluripremiato al festival internazionale del cinema di animazione di Annecy. Gli 85 minuti di “Flow” sono distribuiti da Teodora, “Il robot selvaggio” si dipana lungo 102 minuti lussuosamente rifiniti ed è andato in sala con Universal, buono l’impatto al box office e attesa conferma del talento di Chris Sanders, sessantadue anni e un curriculum incredibile, dalla direzione produttiva di “Dragon Trainer” alle scenografie per “Mulan” alla collaborazione con Disney per “Il re leone”. A proposito, tutti e due i film, a breve recuperabili in streaming, sarebbero stati perfetti per un’uscita natalizia, ma incombevano i Lego animati di “Piece by piece” e soprattutto “Musafa. Il re Leone”, prequel del grande successo Disney dedicato al re della foresta. Regia a Barry Jenkins per un 3D in live-action sontuoso, dal realismo eccezionale (i trailer sono stupefacenti) e annesso budget spaziale.
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI FOGLIEVIAGGI
© Tutti i diritti riservati