Natale si avvicina e, quando per cliché dobbiamo tutti essere più buoni, esce sugli schermi “Napoli-NewYork”, favola politicamente corretta di Gabriele Salvatores (Napoli, 1950).
Da un soggetto di Federico Fellini, ritrovato tra le carte di Tullio Pinelli che ne aveva curato il trattamento, Salvatores recupera lo stimolo per realizzare un film che non è facilmente classificabile.
Soggetto pressoché perfetto per un cartone animato tipo “Fievel sbarca in America”, che aveva pur sempre lo zampino di Steven Spielberg, con personaggi in carne e ossa si trasforma in una favola melodrammatica imparentata con la sceneggiata.
Napoli 1949. A seguito del crollo di un palazzo nei quartieri, abusivamente popolato da umanità varia malgrado reso pericolante da una bomba della recente guerra, Celestina (Dea Lanzaro), bimbetta alquanto vispa e spigliata, si ritrova senza parenti, aiutata da Carmine (Antonio Guerra), uno scugnizzo di buon cuore di poco più grande di lei, dedito a loschi affari di misera portata.
Come per incantamento (tipo “Sul mare luccica l’astro d’argento…), i due si imbarcano clandestinamente su una nave in partenza dal porto di Napoli per New York, città nella quale vive Agnese (Anna Lucia Pierro), sorella maggiore di Celestina.
I due ragazzi, malgrado i sotterfugi messi in atto anche nascondendosi nella squallida stiva della terza classe occupata dai migranti più miseri, vengono ben presto scoperti e affidati alla responsabilità del commissario di bordo Domenico Garofalo (Pierfrancesco Favino), italo americano già ben inserito nel sistema, ruvidamente bonario e accomodante.
Complice George (Omar Benson Miller), l’enorme cuoco di bordo afroamericano, Celestina e Carmine riescono a sbarcare a New York senza incorrere nelle sanzioni previste dal comandante della nave.
Nella caotica città dalle mille luci e dai mille destini, rigorosamente ricostruita in studio rispettando tutti gli stereotipi dell’epoca, come gli enormi manifesti stradali che esaltano l’american way of life o l’american dream, i due giovani si perdono. Celestina finisce ad Harlem dove la bontà fa rima con una pagnotta donatale da un ragazzino di colore mentre incantata ascolta una melodia blues; Carmine si ritrova a Little Italy dove riesce a rintracciare il commissario di bordo Garofalo da cui viene paternamente accolto.
In attesa del finale, va in scena anche il processo ad Agnese che, approdata in America alla ricerca del suo personale sogno, si sveglia bruscamente in presenza di un drammatico inganno amoroso cui risponde con dolorosa ed estrema aggressività.
Il politicamente corretto di cui sopra trova qui spazio nell’arringa dell’avvocato della difesa che ricorda a noi tutti il destino di migranti dei nostri connazionali, milioni di individui che tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 sono sbarcati a New York in cerca di fortuna e/o di un destino meno infame.
Chiamata a testimoniare, la piccola Celestina sentenzia: “Non sei straniero, sei solo povero. Se fossi ricco, non saresti straniero in nessun luogo”.
Per non dire poi della poderosa sollevazione femminile per riconoscere il sacrosanto diritto di difendersi dai soprusi maschili (patriarcato incluso).
Divertente l’espediente escogitato per chiudere con ironia il film, su cui stendiamo velo protettivo.
Si compie così la favola rivisitata da Salvatores in tempi talmente bui che anche i palliativi risultano un poco indigesti. Rimane in gola il gusto un po’ troppo consolatorio di una storia che ha pochi legami con la realtà, malgrado il contesto che rimanda ammiccante alla nostra amara attualità.
Tra gli interpreti va da sé che spicca, simpaticamente piacione, Pierfrancesco Favino, a suo agio nel restituire la bonaria umanità del tipo italiano, mentre risultano alquanto paraculetti, per dirla con qualcuno, i due ragazzini protagonisti. In rappresentanza dell’antica factory di Salvatores, Antonio Catania dà il meglio di sé nel ruolo del direttore di un giornale italiano di Little Italy.
Numerose le citazioni cinematografiche tra cui, quando c’è di mezzo una nave, “Titanic”, per non dire di “L’oro di Napoli”, episodio “Pizze a credito”, mentre le immagini napoletane di “Paisà” appaiono sullo schermo di un cinema newyorchese.
Colonna sonora adeguata che comprende le potenti sonorità di Roberto di Simone e della Nuova Compagnia di Canto Popolare accanto a Tom Waits e ai Procol Harum.
Se siete interessati a quello che un tempo si sarebbe definito “film per famiglie” accomodatevi.
Invece, resterà per sempre un mistero quello che ne avrebbe ricavato dal suo soggetto Federico Fellini.
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI FOGLIEVIAGGI
© Tutti i diritti riservati