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LA STANZA
ACCANTO
QUELLA MORTE
SUSSURRATA

di MASSIMO CECCONI

Durante un firmacopie presso la libreria Rizzoli di New York, in occasione della presentazione del suo ultimo libro in cui descrive la sua paura per la morte, la scrittrice Ingrid Parker (Julianne Moore) viene a sapere che la sua amica Martha Hunt (Tilda Swinton) ha gravi problemi di salute. Le due donne, un tempo molto vicine, nel corso degli anni si erano perse di vista, ognuna impegnata nelle personali vicende della vita, Ingrid come scrittrice affermata e Martha come giornalista, attivissima corrispondente di guerra.



Proprio a causa dei suoi impegni di lavoro, Martha ha trascurato la figlia Michelle, nata da un rapporto pressoché occasionale con un giovane reduce dal Vietnam, segnato nell’animo dalle barbarie di quella guerra.

Alla notizia delle condizioni di salute dell’amica, Ingrid la va a trovare in ospedale e tra le due donne si riallacciano le antiche complicità. Martha sta lottando contro un tumore alla cervice, speranzosa che le cure a cui viene sottoposta possano risolvere il suo problema. Le due donne riprendono a frequentarsi, a condividere sentimenti e piccoli segreti, a rievocare un passato nel quale hanno persino avuto lo stesso amante, lo scrittore nichilista Damian (John Turturro).



Il maggiore cruccio di Martha, oltre alla ciclotimia a cui la costringe la malattia, è il pessimo rapporto con la figlia, di cui è cosciente di essere stata una cattiva madre.

Quando il suo stato di salute peggiora e non ci sono più speranze di guarigione, Martha chiede a Ingrid di accompagnarla in un percorso di buona morte, un atto illegale di eutanasia che la donna, dopo essersi procurata una dose chimica letale, congegna in ogni dettaglio affittando una lussuosa dimora dalle parti di Woodstock, immersa nella natura, lontana dai clamori della città.



Nel lusso della dimora, Martha sceglie di dormire in una stanza con una vistosa porta rossa e istruisce Ingrid su come dovrà comportarsi quando lei deciderà di andarsene. Il finale del film è conseguente a tutto ciò che Martha, con l’aiuto di Ingrid, aveva escogitato per abbandonare questa valle di lacrime. Mentre la macchina da presa indugia sulla porta rossa evocativamente chiusa, l’atto estremo si è compiuto in un altro ambiente della preziosa villa.

Tratto dal romanzo “Attraverso la vita” di Sigrid Nuñez, “La stanza accanto” è il primo film di Pedro Almodóvar girato interamente in lingua inglese, senza abbandonare però la cifra melodrammatica che da sempre lo contraddistingue.



Va da sé che l’argomento della “buona morte” è di grande urgenza sociale e morale: intorno ad esso Almodóvar costruisce una fitta trama di vicende intrecciate e riproposte come necessario preambolo alle drammatiche scelte delle donne protagoniste.

Delle due, Tilda Swinton restituisce in modo quasi maniacale tutto lo stillicidio di un’agonia che la lacera dentro e fuori, mentre Julianne Moore asseconda con partecipazione il ruolo che le viene destinato. Unico personaggio maschile, John Turturro è quasi sacrificato in un piccolo ruolo di contorno che serve però a dare un senso al passato e a tracciare un futuro non certo roseo.



Numerose citazioni fanno da contrappunto alla vicenda. Le comiche di Buster Keaton rallegrano le serate nella villa delle due amiche, mentre gli aspetti più intimi, intorno al tema della morte, escono dalle pagine del racconto “I morti” da “Gente di Dublino” di James Joyce: “E la sua anima gli svanì adagio adagio nel sonno mentre udiva lieve cadere la neve sull’universo, e cadere lieve come la discesa della loro estrema fine sui vivi e sui morti”. L’intensità della narrazione viene ripresa nella visione del film “The Dead” di John Huston, tratto dallo stesso racconto di Joyce, quando la neve imbianca definitivamente il paesaggio irlandese in una struggente immagine di serenità almeno apparente. È poi determinante il richiamo al dipinto “People in the Sun” di Edward Hopper che ispira la composizione scenica dell’atto estremo.



Film di confezione levigata e raffinata, “La stanza accanto” si muove con eleganza in un mondo “upper class” dove tutto è misurato e compassato. Il dramma, per quanto potente, produce più sussurri che grida, le lacrime restano al ciglio di due donne che si misurano, con differente coinvolgimento, in una esperienza umana totalizzante alla ricerca di una morte dignitosa.

A ogni buon conto, pur nella sua formalità un po’ esasperata, la regia è rispettosa dell’argomento e delle sue implicazioni, offrendo occasione per riflettere e discutere in termini ragionevolmente pacati e politicamente corretti, in netta contrapposizione con la grettezza con cui il tema viene trattato in certi ambienti.



Grande la prova di recitazione, laddove Tilda Swinton coglie, in perfetta simbiosi, tutte le complesse espressioni del personaggio interpretato, mentre Julianne Moore si assilla nella ricerca di una sua collocazione esistenziale nella condivisione di un progetto così definitivo.

Le musiche di Alberto Iglesias avvolgono la vicenda con toni rarefatti, romanticamente morbidi. Stona un po’ che Michelle, la figlia di Martha, che compare nelle ultime scene del film, sia interpretata dalla stessa Tilda Swinton, forse a significare una definitiva riappacificazione affettiva tra le due donne.

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