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FORMICHE
E DIAMANTI
LE DONNE
DI ÖZPETEK

di ANDREA ALOI

Anni Settanta, Roma. La premiata Sartoria Canova delle sorelle Alberta, la maggiore (Luisa Ranieri) e Gabriella (Jasmine Trinca), è un nido al femminile dove mani d’oro fabbricano abiti e sogni destinati ai set cinematografici. E diventa nel corale “Diamanti”, quindicesimo levigato, tenerissimo lungometraggio del turco-Italiano Ferzan Özpetek, crocevia di dramma e commedia mélo per un gineceo intimamente coeso, perso quotidianamente tra scadenze pressanti, capricci delle attrici e i classici colpi di scena che riserva la vita. Alberta governa con mano ferma l’atelier e i suoi antri magici, tra pregiati tessuti, nastri e perline; l’assistono, insieme a una pattuglia di esperte cucitrici, la caposarta Nina (Paola Minaccioni), la prima ricamatrice Eleonora (Lunetta Savino), la tingitrice Carlotta (Nicole Grimaudo) in cerca della giusta nuance di rosa che accontenti i costumisti.



L’atelier è pure abitazione delle sorelle Canova e a pranzo tutte le lavoranti si riuniscono a tavola, una delle tante famiglie allargate presenti - con “Le fate ignoranti” come archetipo - nella filmografia di Özpetek. Qui Mara Venier, nei panni dell’ amabile vivandiera Silvana, è “madre”, matura confidente e fa le veci della tornita Serra Yilmaz, attrice feticcio del regista, diventando il genius loci del focolare dove si ricuciono fili e ci si dà sostegno, si onora una festa. Figure laterali, magari emarginate, che però diventano solido perno umano, essenziale.



Özpetek ribadisce questo tenersi per mano e lo porta pure fuori dalla trama, raddoppia la fiction alternando alle storie dolci-amare della sartoria alcuni momenti reinventati del making of di “Diamanti”, dalla prima riunione del cast nel giardino di casa del regista - con Geppi Cucciari (nel film è la volitiva Fausta) a sottolineare: “Questo è un vaginodromo” - alla pervasiva commozione di una lettura scenica ad alto tasso drammatico. Scene non documentarie, recitate e perfettamente funzionali ad arricchire di un sapore intimo il film. Ci parlano della bellezza del cinema come lavoro comune, del set come onesta espressione creatrice in compagnia amicale: Özpetek ha riunito, morettianamente, le sue attrici più fedeli per un film-confessione in cui si espone, si fa presenza, non cela nostalgie proustiane, apre golosamente gli occhi davanti alle mirabolanti creazioni sartoriali, intese come magico equilibrio di colore e di forma. È un sincero, puro “mendicante di bellezza”.



Alla Sartoria Canova il tempo fugge e vanno rispettate le consegne, per di più Gabriella è assente, ferita implacabilmente dalla morte in un incidente stradale della giovane figlia e servirà un chiarimento dai toni ruvidi con la sorella maggiore per rimettere la sartoria sulla strada giusta. Alberta poi, quasi per sfida, ha accettato un grosso lavoro per un film ambientato nel Settecento, affidato alla costumista premio Oscar Bianca Vega (quanto è brava Vanessa Scalera), assertiva e perfezionista ma insicura, in conflitto col frenetico regista (Stefano Accorsi) e in perenne affanno. A complicare il tutto si aggiunge, in toni da schietta commedia, l’indesiderata presenza contemporanea in laboratorio di due primedonne che mal si tollerano, l’attrice teatrale Alida Borghese (Carla Signoris) e la diva cinematografica Sofia Volpi (Kasia Smutniak). Battibeccanti di buona lena, con spasso dello spettatore, scopriranno nella loro diversità una ricchezza fraterna.



Non meno scottanti le vicende private che in qualche modo piovono sulla sartoria. La giovane Beatrice (Aurora Giovinazzo), inseguita dalla polizia durante una manifestazione, vi trova rifugio, è la nipote di Eleonora e viene ospitata all’insaputa delle sorelle Canova, che scopriranno il notevole talento della ragazza per la moda. Ancor più sconcertante per Alberta la comparsa in sartoria di Leonardo Cavani (Carmine Recano), un amore perduto tanti anni prima, la ferita è aperta ma è in vista una qualche forma di pacificazione. Sono sottostorie nel segno della solidarietà umana, una delle chiavi narrative preferite da Özpetek, attento a toccare efficacemente il tema della violenza maschile con la sarta Nicoletta (Milena Mancini) vessata dal marito Bruno (Vinicio Marchioni) e infine libera, ma non spoileriamo.



Nel film le donne sono “formiche che insieme diventano dure come diamanti”, mentre le presenze maschili risultano marginali, oltre a quelle citate c’è solo il segretario della sartoria Ennio (Edoardo Purgatori), poco più di un galoppino, e sporadicamente, tra una prova abiti e l’altra, spuntano fattorini e commessi di bell’aspetto, manzetti con mere funzioni decorative. Dopo una grande cena festosa, all’insegna della più bella comunione di sentimenti, e l’esplosione di rosso e fantasiosa haute couture nell’abito di scena per la primadonna Sofia Volpi, confezionato a tempo di record, Özpetek riappare a chiudere la storia nella sartoria deserta di abiti e mobili. Il vuoto in penombra è il peso del passato che il cinema può solo evocare, insieme ai suoi fantasmi più fascinosi: il regista vede (sogna?) Elena (Elena Sofia Ricci) mai così smagliante in un ottocentesco abito nero. E sipario. Troppo autoreferenziale? Tutto dipende, come sempre, dalla caratura dell’autore e dalla “necessità” autentica o meno di citarsi.



“Diamanti” è una gioia per lo sguardo di due ore e un quarto senza mezzo minuto di fiacca, d’altra parte il cast è fastoso e par di capire, visto il felice risultato, che il clima sul set dev’essere stato più che buono ed emozionalmente produttivo. Un film “facile”? Mica tanto, la sceneggiatura dello stesso regista con Elisa Casseri e Carlotta Corrado tiene a dovere e l’omaggio alla grazia elegante dell’eterno femminino e alla dolcezza della figura che incarna la Madre è profondo, fa vibrare tante corde. Girare a modo storie corali senza cadere nell’abusato è affare di pochi e bravi. Özpetek ha dedicato “Diamanti” a Mariangela Melato, Monica Vitti e Virna Lisi, attrici con cui non ha mai lavorato e nella dedica c’è un ammicco affettuoso a Pedro Almodóvar, che aveva “consacrato” “Tutto su mia madre” a Bette Davis, Gena Rowlands e Romy Schneider.



Nel film c’è un legame diretto con l’attrice viennese, Özpetek, frequentatore agli esordi come aiuto regista di sartorie teatrali e cinematografiche, ha voluto utilizzare uno degli abiti originali che la Schneider indossava in “Ludwig” e pure quello di Claudia Cardinale-Angelica nel ballo del “Gattopardo” con Burt Lancaster-Principe di Salina. A completare la citazione-inchino a Visconti, una scena in cui risuonano le stesse note del “Valzer brillante”, l’inedito di Giuseppe Verdi, adattato da Nino Rota per essere eseguito da una piccola orchestra nel palazzo del principe.

Il film è prodotto da Greenboo, Faros Film e Vision Distribution.

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