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EMILIA
PÉREZ
TRANSIZIONE
NARCOS

di ANDREA ALOI

Succede che in Jacques Audiard, regista francese d’alto rango e narratore di esistenze fuori dai margini, un bel giorno si accende la scintilla mentre legge nel romanzo “Écoute” di Boris Razon la storia - secondaria - di un grosso narcotrafficante messicano che si sente donna e tale vuole diventare. Ancor più è sorpreso di come lo scrittore non abbia dato a un simile innesco tutto lo spazio che merita e pensa di rimediare. Il Caso è stato benigno, “Emilia Pérez”, applauditissimo a Cannes e ai Golden Globe con vista sull’Oscar, è un unicum, un thriller-drama in musica di rara compiutezza e forza emotiva e formale, sul sogno e il dolore, l’identità di genere e il riscatto.



Protagonista, in un poker di attrici straordinarie, la talentuosa transgender spagnola Karla Sofia Gascón, nel doppio ruolo del feroce narcos messicano Juan “Manitas” Del Monte e della nuova Emilia Pérez, padre-madre di due figli scomparsa e rinata come loro zia, ed ex marito di Jessi Del Monte (Selena Gomez), viziata dallo status criminale-finanziario del compagno ma sentimentalmente tutt’altro che arida. Ad aiutare Emilia prima e dopo la transizione, la tormentata avvocata Rita Moro Castro (Zoe Saldana, la star di “Avatar” e “Avengers”); ad amarla, facendole scoprire per la prima volta una tenerezza stellare, Epifania Flores (Adriana Paz), figlia del pueblo da Emilia incontrata nelle stanze di “Lucecita”, come “Piccola Luce” di speranza, la fondazione da lei creata per aiutare decine di migliaia di famiglie a ritrovare almeno i corpi dei parenti desaparecidos, mietuti dalla brutalità omicida dei cartelli narcos. Emilia non sta lavandosi la coscienza, raggiunta la sua identità autentica legge con dolente lucidità il dramma del Messico, preda di una corruzione endemica e dei padroni della droga.



Ha detto il regista: “L’idea del film? Raccontare una tragedia cantandola”. “Emilia Pérez” vola alto proprio in virtù dei contrappunti musicali, alla colonna sonora strumentale si è dedicato Clément Ducol, la cantautrice francese Camille ha composto i bellissimi song, su testi suoi, di Audiard e Ducol. Canta Selena Gomez in “Mi camino”: “Se cado nel burrone è il MIO dolore/ Se mi piego per il dolore è il MIO dolore/ Se vado al settimo cielo è il MIO cielo/ Se prendo la direzione sbagliata lo stesso/ Voglio amare me stessa/ Voglio amare la mia vita, sì/ Voglio vivere ciò che sento/ Voglio amare/ La ragazza che non mi hanno lasciato essere”.



Ma non è musical in senso stretto, le canzoni e le coreografie (bravo Damien Jalet) non rappresentano un “altro” nel flusso narrativo, non ritmano una pausa, continuano senza soluzione di continuità la scena in chiave fantastico-musicale per conferire una maggiore sottolineatura emotiva. Come quando Rita Moro Castro ed Emilia alla presentazione di “Lucecita” davanti alle cosiddette autorità statali e sociali di Città del Messico, sbeffeggiano cantando “El mal” tutti i sepolcri imbiancati in sala: “Guardate il giudice Santos/ Guardatelo, non gli importa nulla/ Solo dei bambini/ I narcos li ammazzano a colpi di pistola/ Li portano fuori dai loro paesi natali/ In cambio di questo, Santos annulla i processi per mancanza di prove/ Guardate il segretario dell’istruzione ‘pubblica’/ Specialista nelle società fantasma/ Oggi i suoi contratti, sì sì, sono reali/ Ma le cosiddette “scuole” non si costruiscono/ Ora, raccontaci, Chucho,/ Da dove hai preso il tuo jet, la tua piscina, il tuo hotel?”. Tra melodico e recitativo, le parole graffiano.



L’avvocata mastica amaro fin dall’inizio del film. Sfruttata in uno studio, scrive le arringhe e fa assolvere uxoricidi, si sente - e tale è - un talento sottovalutato. Per questo, per i soldi, una caterva offerta da Manitas, in un pazzesco incontro notturno su un camion nel deserto, tra ceffi da patibolo armati senza risparmio, Rita accetta di organizzarne la transizione e la nuova vita, contatta il miglior chirurgo (che meraviglia la scena musicata nella clinica de luxe dove si rifanno culi, genitali, nasi, in una luce da astronave spaziale molto kubrickiana: vieni qui e avrai un corpo da fantascienza!), poi accompagna la piangente moglie Jessi, che crede Manitas morto - e in fondo lo è - in un dorato, nevoso esilio svizzero. Il super narcos deve restare solo, scomparire per rinascere se stessa, Emilia: “Non volevo desiderare, ho sempre voluto esser desiderata”. Passano gli anni, le due donne si rincontrano a Londra, ed Emilia, ricca protagonista del jet set, coinvolge di nuovo Rita, ormai pronta a diventare sua sorella di sangue. L’ex pluriomicida ha nostalgia dei figli, vuole riaverli vicini.



Otterrà quel che vuole, il narcos incallito (“per come ero dentro, dovevo essere il doppio cattivo degli altri per farmi rispettare”) si fa passare da facoltosa cugina di Manitas e “reimporta" moglie e figli nella sua villa di Città del Messico. Problema: la procace Jessi si sente in gabbia e si trastulla con una vecchia fiamma, Gustavo Brun (Édgar Ramirez), criminale di discreta levatura. E vuole andarsene con i figli. Emilia torna l’uomo che viveva di violenza, subisce un rapimento ed è una ruzzola impressionante corredata da agnizioni che lasciamo scoprire agli spettatori.



“Emilia Pérez”, girato a Città del Messico e per gli interni a Parigi, è costato 21 milioni di dollari (hanno prodotto, tra gli altri, Why Not, Saint Laurent, Pathé e France 2) e ha fatto centro sia a Cannes col Premio della Giuria e il Premio Miglior Interpretazione Femminile a Karla Sofia Gascón, Zoe Saldana, Selena Gomez e Adriana Paz che ai Golden Globe: Miglior film commedia o musicale, Miglior film in lingua straniera, Miglior attrice non protagonista all’immensa Zoe Saldana e Miglior canzone originale con “El mal”. Un bottino assolutamente meritato per il miglior lavoro in assoluto del parigino Audiard, classe ’52, regista che sa servire da fuoriclasse azione e moventi interiori (“Un sapore di ruggine e ossa” con Marion Cotillard) e sempre acuto nella lettura dei mutamenti d’identità, pensiamo a “Il profeta”, stupendo “romanzo” di deformazione carcerario col passaggio del giovane maghrebino Malik da rapinatore semplice a killer e infine a boss. Oppure a “Dheepan. Una nuova vita”, premiato a Cannes con la Palma d’Oro nel 2015, storia di Sivadhasan, militante nelle Tigri Tamil riparato nella banlieue di Parigi a fare il custode in un palazzone malfamato dopo la sconfitta nella guerra civile dello Sri Lanka. Sul passaporto un nuove nome, Dheepan, ma chi gli pesterà incautamente i piedi potrà patirne l’antica verve guerresca.



I 132 minuti di “Emilia Pérez” sono distribuiti da Lucky Red e molto consigliati. In attesa di “Queer” firmato Luca Guadagnino con uno spiazzante Daniel Craig, girato pure questo a Città del Messico e tratto da “Checca”, romanzo breve di William Burroughs. Molto elogiato dalla critica, affine per più di un motivo a “Emilia Pérez”, “Queer” uscirà da noi in aprile. Gossippino: alla proclamazione dei vincitori dei Golden Globe, a Los Angeles il regista palermitano ha lasciato la sala dove si teneva la cerimonia.

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