di
ANDREA ALOI
Ma quanto hanno fruttificato davvero, negli anni postunitari, gli ideali risorgimentali di libertà e progresso, gli eroismi di una gioventù ardente infiammata da Mazzini e Garibaldi? Tra il poco e il quasi niente, soprattutto in Sicilia, risponde il palermitano Roberto Andò con “L’abbaglio”, centotrenta avvincenti minuti e un titolo che tutto dice: furono generose illusioni, strozzate dal gattopardismo dei latifondisti, dalla normalizzazione sabauda, da un immutabile cinismo insulare. Assunto storicamente indiscutibile, nonostante le nebbie della retorica patriottarda, per un sapido, generoso, curatissimo western in camicia rossa tra il dolente/drammatico e la commedia picaresca che parte con lo sbarco dei Mille a Marsala nel maggio del 1860 e le cannonate del re Borbone. Protagonisti un colonnello siciliano realmente esistito, il nobile Vincenzo Giordano Orsini (Toni Servillo), professionista della guerra passato coi garibaldini e impaziente di spazzar via i Borboni dalla sua Palermo e, a far da contraltare, due camicie rosse di fantasia e nel film “abusive”, i sicilianissimi Domenico Tricò (Salvatore Ficarra) e Rosario Spitale (Valentino Picone), uno emigrato al Nord da dieci anni e l’altro baro incallito. Tanto impettito il primo, quanto mascalzoncelli i secondi. Andò riconferma il trio di successo del pirandelliano “La stranezza” del 2022, ed è servito a dovere, Servillo è un’assicurazione, per Ficarra&Picone il timbro di “coppia comica” da anni è inadeguato, hanno una gustosa gamma di registri limata da talento naturale ed esperienza scenica (chi li ha visti nelle “Rane” di Aristofane al Teatro Greco di Siracusa può confermare).
I due si sono arruolati per tornare in Sicilia a sbafo, delle nobili arringhe di Garibaldi (Tommaso Ragno) ai volontari gliene importa picca e nenti, per dirla con Camilleri. Tricò dopo dieci anni di emigrazione al Nord spera ancora di maritarsi con la promessa d’un tempo, Spitale è un lestofante, parla in veneto per darsi un tono e viene immediatamente sbugiardato sul piroscafo alla volta di Marsala. Tirano a campare, letteralmente. Appena sbarcati, al primo tuonare dei cannoni, si sbandano. Così, mentre l’Eroe dei Due Mondi trionfa a Calatafimi, i due sciagurati vagabondano affamati, fino a quando vengono ospitati in un convento, soddisfacente la cucina delle monache, una di loro, Assuntina (Giulia Andò) fa gli occhi dolci, Spitale non risparmia trucchi per vincere alle carte dopo essersi finto sordomuto e arriva ad accusare la madre badessa di avergli rubato tutti i soldi.
Cacciati dal convento, eccoli pizzicati dal colonnello e dal fido tenente Ragusin (Leonardo Maltese). Tricò, disperato perché ha visto la sua bella felicemente coniugata con prole, e Spitale sono disertori ma Orsini li risparmia, la situazione è delicata, le truppe borboniche comandate dallo svizzero Jean Luc von Mechel (Pascal Greggory), specialista in sanguinarie rappresaglie, incalzano e urge una manovra d’illusionismo diversivo: “Anche due vigliacchi possono servire”. Così sarà e, finiti nel paese di Sambuca con una piccola parte dei garibaldini, dopo aver saputo delle crudeli repressioni borboniche, aver ascoltato i ricatti di un capoccia mafioso e assistito alla morte di un adolescente, un povero contadino unitosi ai Mille in nome della speranza in una nuova dignità, faranno valere coraggiosamente le loro “doti” di impostori, dando un contributo fondamentale all’arrivo di Garibaldi a Palermo.
È un twist narrativo che richiama decisamente le vicissitudini dei soldati controvoglia Jacovacci (Alberto Sordi) e Busacca (Vittorio Gassman) nella “Grande Guerra” di Monicelli, un’altra coppia di eroi per forza. E nulla aggiungiamo al riguardo, così come per il finale, un “vent’anni dopo” palermitano dal sapore agro e venato di profonda disillusione, in cui i tre mattatori casualmente si ritroveranno. Andò affida a Orsini le parole-sigillo dell’ “Abbaglio”: “Stiamo andando incontro a un’epoca in cui comanderanno gli imbonitori”. Profetiche e puntualmente calzanti per così tante politiche evoluzioni (e involuzioni) del nostro Paese.
Il regista e scrittore sessantaseienne - ha vinto un Campiello Opera Prima nel 2012 con “Il trono vuoto” - ha giusto affidato al suo ultimo libro, un singolare thriller appena uscito per La nave di Teseo, “Il coccodrillo di Palermo”, diverse riflessioni sulla sicilianitudine e un certo eccezionalismo insulare, che nel capoluogo regionale Andò vede concentrate in purezza, a partire dai labili confini tra verità e immaginazione, cinismo travestito da realismo e delirio, ombre mafiose e sospetti, complici rimozioni e dicerie. Un labirinto non borgesiano ma pienamente collegabile all’occhio indagatore e scettico di Sciascia. Andò ne “cita” un racconto, “Il silenzio”, dove si rievocano gli storici fatti del colonnello Orsini acquartierato a Sambuca e lì accolto generosamente e con sprezzo del pericolo dopo essere stato rifiutato dal paese di Giuliana.
Sono tante le targhe storiche garibaldine sparse per la Sicilia e proposte nei titoli di coda. Funzionano da aspro memento di vite generose immolate per l’idea di un mondo più giusto, quelle messe in primissimo piano da un gran film di Mario Martone, non poco affine a “L’abbaglio”. In “Noi credevamo” (2010) il regista napoletano aveva ripercorso i gloriosi fallimenti di tre giovani mazziniani del Cilento, dalla Carboneria alla repressione borbonica dopo i moti rivoluzionari del 1848 all’effimera Repubblica Romana dell’anno successivo. Destini infelici di combattenti dal coraggio civile infinito, come quello di Eleonora Fonseca Pimentel, anima della Repubblica Napoletana del 1799, Ferdinando IV di Borbone in fuga, cinque mesi e venti giorni sotto un libero cielo. Tutti racchiusi da Enzo Striano nell’amarissimo romanzo “Il resto di niente” e nel film omonimo di Antonietta De Lillo.
Momenti nevralgici della nostra Storia che ricordano - collegando la voglia di riscossa civile dell’Ottocento alle lotte per la Liberazione e ai successivi inciampi - i tre giorni e le tre notti del dicembre ’45, con la fine del governo resistenziale di Ferruccio Parri raccontata da “L’orologio” di Carlo Levi. Testimonianze e Memoria contro il pericoloso pantano dell’indifferenza per capire meglio come sono state colpite e affondate le spinte verso profonde, rinnovatrici riforme nel nostro Paese. E perché. Il peso delle gerarchie ecclesiastiche, la Questione Meridionale, il fascismo come rivoluzione conservatrice, i vari contesti geopolitici e le alleanze tra Ottocento e Novecento? La Storia insegna, basta non metterla sotto chiave o riscriverla indebitamente.
“L’abbaglio”, efficacemente sceneggiato da Andò con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e ben fotografato da Maurizio Calvesi, ha goduto di un budget rilevante, da kolossal per le nostre latitudini, 21 milioni messi sul piatto da Rai Cinema, Medusa, BiBi Film e Tramp Ltd. Il cast è ricco, con alcuni cammei da menzionare: Aurora Quattrocchi madre dolente di una vittima delle vendette borboniche, la sempre luminosa Giulia Lazzarini nel ruolo di Maddalena Orsini, madre del colonnello, e Rosario Lisma in una deliziosa caratterizzazione del parroco di Sambuca, un campione di pavidità alla don Abbondio. C’è insomma da rallegrarsi del rotondo risultato, degno delle migliori produzioni internazionali per puntiglio storico e cura dei costumi (brava Maria Rita Barbera) e dei dettagli. Al proposito, un plauso al critico Michele Anselmi che ha riconosciuto nella pistola alla cintura del colonnello Orsini una Colt Dragoon modello 1848, ben presente nei film sulla Guerra Civile americana: Garibaldi era riuscito ad acquistarne a Londra una sessantina per i suoi ufficiali.
In sala con 01 Distribution e senza risparmio: 500 le copie.
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