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MARIA
UN OMAGGIO
RIUSCITO
A METÀ

di MASSIMO CECCONI

Probabilmente occorre essere melomani e/o amanti del melodramma per apprezzare appieno “Maria”, film biografico del regista cileno Pablo Larraín dedicato alla figura di Maria Callas. La Callas, come veniva chiamata dai suoi ammiratori, muore improvvisamente nella sua sontuosa e ampollosa casa di Parigi il 16 settembre del 1977 e l’accorato omaggio del regista la accompagna nella sua ultima settimana di vita dalla quale si deducono tutte le sue difficoltà esistenziali e artistiche.



Maria Callas (Angelina Jolie), amorevolmente assistita dalla governante Bruna (Alba Rohrwacher) e dal maggiordomo factotum Ferruccio (Pierfrancesco Favino), a quasi 53 anni di età, è alla ricerca di una nuova chance di vita, dopo i tumulti artistici e amorosi che l’hanno accompagnata per tutta la sua esistenza. Teme di aver perso la voce, o meglio quel timbro di voce che aveva fatto di lei la Divina, il soprano lirico più osannato e amato a partire dagli anni ’50 del Novecento. Imbottita di farmaci, che stanno minando il suo fisico, la donna sembra non voler cedere all’ ingiuria del tempo e dell’età che la costringono a riflettere sulla fine di un sogno durato almeno 25 anni.



Se il tempo attuale, in una Parigi da manuale con i suoi bistrot, i suoi locali pubblici e i suoi parchi, è sottolineato nel film nell’uso del colore, il passato coincide con un asciutto bianco e nero dal quale affiorano molti fantasmi a partire da quell’ Aristotele Onassis che, dopo averla separata dal marito e vezzeggiata per alcuni anni, l’abbandona per sposare Jacqueline Bouvier, già moglie di John Fitzgerald Kennedy. Anche il presidente compare e persino Marilyn Monroe nella sua famosissima performance “Happy Birthday, Mr. President” che immerge tutti noi in un’ulteriore sacca di malinconia. Dal passato di Maria riaffiorano i suoi difficili trascorsi di gioventù, ai limiti del lecito, ma anche i suoi successi sui palcoscenici del mondo intero. Il suo declino, umano e artistico, la spinge a una vita di rimpianti, senza però una particolare cognizione di ciò che le sta accadendo e di tutti ciò che avviene intorno a lei: è finita un’epoca e sembra non accorgersene, addirittura nega l’evidenza di un male che la sta divorando dall’interno e che la porterà a una spettacolare morte.



Il film aggiunge poco altro a ciò che già si sapeva, lo fa certo con rispetto senza però mai cogliere un colpo d’ala che lo collochi a un livello di definizione indimenticabile. Sembra un buon prodotto di cinema professionale, ma nulla più, senza quella allure che il personaggio e le vicende da lei vissute avrebbero meritato. Non vi è traccia a esempio della sua esperienza cinematografica nel film “Medea” di Pasolini che pure a suo tempo fece molto discutere e dibattere, prova caratterizzata da un’alta capacità drammatica di interpretare un personaggio mitologico così controverso e dilaniato.



Qualche dubbio poi sulle capacità di cogliere lo spessore del personaggio da parte di Angelina Jolie, mentre nulla da dire sul sicuro mestiere di Rohrwacher e Favino, sicuramente sacrificati però in ruoli evanescenti. Valeria Golino appare in una trascurabile scena nella parte, piuttosto indefinita, della sorella maggiore. Pablo Larraín, esperto di biografie, ha fatto sicuramente di meglio con “Neruda”, “Jackie” e persino con “Spencer”. A tratti assale la noia.

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