di
ANDREA ALOI
“Giubilò Ulisse alla diletta vista/ Della sua patria, e baciò l'alma terra”, narra Omero. Travolto dall’emozione, sfinito di guerra, amori (Circe e Calipso), peripezie. E morte. L’Odisseo di “Itaca. Il ritorno”, affidato dalla finissima regia di Uberto Pasolini a un Ralph Fiennes graffiato nel corpo e nell’anima, ha dell’eroe omerico tutta la dolente umanità del reduce ma nemmeno una briciola dell’epica avventurosa, sospesa tra terra e dei dell’Olimpo e maghe e ninfe e cavalli di Troia. Spinto dal mare e dalla benevolenza della dea Atena su una spiaggia dell’isola ionia, unico superstite di un naufragio, torna solo e afflitto dopo vent’anni di assenza. Il guerriero sagace che “più là d'ogni uomo seppe”, il comandante “ricco di consigli” è un nudo soldato sperduto come ogni reduce dall’orrore, scioccato, assente. Segnato dalla morte, che lo “accoglie” a Itaca: il suo cane Argo, il vecchio fedele Argo, non ha mai smesso di aspettarlo, lo annusa un’ultima volta e chiude gli occhi per sempre.
Uberto Pasolini ha scelto nel poema del IX (o forse VIII) secolo avanti Cristo la robusta parte conclusiva, quella più teatrale, dialogata, dove si addensa un culmine drammatico già di suo straordinariamente moderno, perché popolato da Omero di caratteri, intimi pensieri, sorprendenti sfumature narrative, come il riconoscimento nel viandante lacero del re guerriero da parte della vecchia nutrice Euriclea (Angela Molina). Odisseo è da lei accudito su ordine dell’ignara Penelope (Juliette Binoche), rimasta incuriosita e turbata da quel soldato che afferma di aver combattuto a Troia, Euriclea gli lava i piedi e allibisce, riconosce il re per via di una cicatrice, prima sentita poi accarezzata tremando di gioia. Non sanno i Proci - bulli violenti a approfittatori, a parte Antinoo (Marwan Kenzari), realmente innamorato della regina - cosa li aspetta, dopo aver invano sperato che Penelope finisca di tessere la famosa tela e quindi scelga uno di loro come marito.
L’“Odissea” del resto è un’opera-mondo, il regista - italiano ma da sempre attivo in Inghilterra - ne ha tratto uno degli innumerevoli spunti che diventa forte apologo sulla radicale brutalità della guerra, attualizza senza forzature, con misura, immerge la storia in campagne scabre, povere capanne e interni austeri, restituisce, al fioco bagliore delle fiaccole, un’atmosfera da antico teatro tragico: la violenza e il male sono inscritti nell’umana sorte, dove Bene e Male convivono. Nel sangue che alla fine ricopre Odisseo, una volta fatto strage dei Proci, non leggiamo lo splatter di un revenge film (anche se le cadenze del genere sono inevitabili) ma il marchio di un destino universale.
Odisseo, nauseato di ciò che ha dovuto fare in guerra, oppresso dalla colpa, da un lato si strugge per lo stato penoso della reggia e del suo popolo, affamato e tormentato dai Proci, dall’altro ha paura del richiamo della vendetta, che monta inesorabile dopo l’incontro col porcaro Eumèo (Claudio Santamaria), cui racconta: “Troia era una città che non si poteva conquistare, abbiamo dovuto distruggerla”, donne e bambini compresi. I “bombardamenti” definitivi, pensiamo a Dresda o Gaza, non sono una novità. Ma i Proci incombono, il figlio Telemaco (Charlie Plummer) rischia la vita, non si vuole svendere ai famelici usurpatori. E quando rivede-riconosce il padre lo assale, stravolto di rancore: “Ci hai abbandonato”. Poi partecipa alla strage degli invasori, quasi un rito iniziatico, il sangue è “unzione” per entrare nel mondo adulto. Infatti Telemaco, una volta reinsediato Odisseo, parte, inquietando la protettiva Penelope.
“Quando tornerà saprà finalmente chi è”, le dice il marito anche ritrovato nel profondo degli affetti e di una dolce consuetudine interrotta per così tanto tempo, dieci anni di guerra sotto e dentro le mura di Ilio e dieci alla ventura: Odisseo, Ulisse alla latina, è l’uomo che viaggia alla scoperta del mondo, che cerca nuovi confini da superare e, secondo Ovidio, trova la morte oltre le Colonne d’Ercole, una hybris condannata da Dante nell’Inferno, dove Ulisse confessa la colpa di aver varcato un limite, cercando un aldilà che è invece solo divino: “Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse/ me più d’un anno là presso a Gaeta,/ prima che sì Enea la nomasse,/ né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ’l debito amore/ lo qual dovea Penelopé far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore/ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore”. Il nostro Odisseo - il solo riuscito a tendere il suo vecchio arco, prova ideata da Penelope, non meno acuta del marito, per individuare tra i Proci l’eletto degno di impalmarla - infilza come tordi le canaglie e trionfa sul mondo, non ha però ancora vinto il cuore della regina.
È un riavvicinamento graduale, Penelope cova disagio, diffidenza, un dolore antico: “Perchè sei stato via così tanto? Hai stuprato, ucciso?”. Risponde Odisseo: “Non avresti amato l’uomo che sono diventato” e invoca, col perdono, l’oblio: “Meglio dimenticare, meglio non sapere”. Sulle parole di Penelope cala il sipario: “No, ricordiamo insieme per poi dimenticare insieme, invecchiando nell’amicizia”. Tra i molti pregi di “Itaca. Il ritorno” c’è una sceneggiatura, dello stesso Pasolini con John Collee e Edward Bond, asciutta e solida, al servizio di un film materico, tra il mare, il sole, l’Itaca pietrosa, il metallo, le bestie, le luci fioche, gli ulivi, frutto dell’ottimo lavoro dello scenografo Giuliano Pannuti e per la fotografia di Marius Panduru. Le quasi due ore del film, girato a Corfù, sono segnate da sospensioni e “quadri” di grande nitore espressivo, con una messe di primi piani meritatamente dedicati al volto di Ralph Fiennes, segnato da dolore, smarrimento, ferocia. Che tormento è la vita, a Odisseo non basta la liaison con Atena glaucopide, occhi verdi e azzurri come gli ulivi e il mare, sua è ogni responsabilità e ambiguità, Odisseo, “colui che è odiato” nell’etimo oppure “nessuno” (οὐδείς) come dice a Polifemo per ingannarlo.
Penelope, la donna che resta, vince, ha resistito alla solitudine, ha tenuto accesa la speranza, mentre Itaca si spopolava e, rimasta senza autorità, attirava violenti parassiti. Gli sceneggiatori hanno tratto ispirazione da “Il canto di Penelope” di Margaret Atwood e Juliette Binoche ne dà un ritratto magistrale, fra tenerezza, soprassalti del cuore e dolcezza, ma, insieme a Fiennes, si prende la scena pure l’Antinoo di Marwan Kenzari, carico di sfumature dark e conturbanti, ama davvero Penelope, e come il suo antagonista racchiude in sé l’affetto benevolente e la volontà di potenza. Un altro dissidio tragico.
Il soldato reduce da mille venture è una figura dalla forte suggestione, una favola perché trasmessa primariamente a voce e della fabula rispetta tutti i “luoghi”, dall’ospitalità che cela pericoli al tabù da non infrangere (le Colonne d’Ercole), dall’aiutante dell’eroe (Atena) al felice scioglimento. “Itaca. Il ritorno” si aggiunge - per citare solo l’essenziale - all’“Ulisse” datato 1954 di Mario Camerini con Kirk Douglas e Silvana Mangano e al bellissimo sceneggiato tv di Franco Rossi con Piero Schivazappa e Mario Bava, interpreti principali Bekim Fehmiu e Irene Papas, una memorabile prima produzione Rai a colori, con le otto puntate introdotte da una breve e appassionata lettura di Giuseppe Ungaretti dall’Odissea nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, che aveva “rinfrescato” quella ottocentesca aulica di Ippolito Pindemonte. Ma è in cantiere una versione monstre del poema omerico, affidata da Universal, con budget di 250 milioni di dollari, a Christopher Nolan (“Oppenheimer”), nel cast Matt Damon, Anne Hathaway e Zendaya, location tra le Eolie e le Egadi, promesse di altissima risoluzione con tecnologia IMAX e debutto nel luglio ’26. Si vedrà se da tanto filo uscirà una buona tela.
Per l’intanto godiamoci questo Odisseo del sessantasettenne produttore (“Full Monty”) e film maker Uberto Pasolini, quarto lungometraggio di un uomo di cinema che non sbaglia un colpo. Nel 2008 l’esordio delizioso di “Machan. La storia vera di una falsa squadra”, con un gruppo di geniali singalesi che per ottenere il visto d’ingresso in Germania si trasformano in squadra di pallamano: dallo Sri Lanka arrivano in Baviera per un importante torneo e poi spariscono. A seguire nel 2013 “Still Life” con uno strepitoso Eddie Marsan nei panni di un solerte funzionario che deve avvertire i congiunti di persone decedute in completa solitudine e nel 2020 “Nowhere Special - Una storia d’amore”, struggente storia di un giovane padre (James Norton) destinato a morte prematura da una patologia che non dà scampo e impegnato a trovare una nuova famiglia per il figlio piccolo: temi umanamente difficili accarezzati con mano sensibile.
“Itaca. Il ritorno” è una produzione Picomedia con Rai Cinema, Heretic, Ithaca Films, Kabo Films e Marvelous Productions. In sala con 01 Distribution.
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