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A COMPLETE
UNKNOWN
RICONOSCIBILE
DYLAN

di MASSIMO CECCONI

Quattro anni nella lunga vita di Robert Allen Zimmerman alias Bob Dylan (Timothée Chalamet) da quando, non ancora ventenne, arriva in autostop con la sua chitarra a tracolla a New York nel gennaio del 1961 per conoscere il suo idolo Woody Guthrie (Scott McNairy) e tentare la carriera di musicista.

L’incontro avviene al New Jersey Hospital, dove Guthrie, il più importante autore/interprete di musica popolare di tutti i tempi, giace spossato e offeso in un letto per via degli effetti della malattia di Huntington che lo accompagnerà sino alla morte nel 1967.



Al capezzale dell’amico e sodale, Dylan conosce Pete Seeger (Edward Norton) che sarà il primo a capirne le straordinarie doti di autore e interprete e lo introdurrà negli ambienti della musica folk del Greenwich Village.

Dall’incipit di 'A complete unknown' di James Mangold seguono due ore di buon spettacolo cinematografico dove il regista e, soprattutto, l’attore protagonista cercano di restituire la complessa personalità di un personaggio tra i più acclamati e amati della musica e della cultura contemporanea.



Se gli esordi artistici di Dylan sono inspirati all’universo del folk revival, con la frequentazione dei luoghi e degli eventi emblematici per questo tipo di espressione musicale, ben presto avverrà una evoluzione che lo consacrerà come autore/interprete di riferimento per tutta la seconda metà del ‘900 sino ai nostri giorni.

Di quei primissimi anni di attività resta però una traccia indelebile attraverso canzoni epocali come “Blowin’ in the Wind” o “Mr. Tambourine Man” e la partecipazione a numerose session o festival dedicati alla musica folk.



Nel percorso di quegli anni cruciali, con il mondo sull’orlo di una nuova guerra e l’assassinio di John Kennedy, Dylan interpreta il malessere di un paese che sembra aver perso identità e ideali.

Le sue canzoni contro la guerra o contro il conformismo lo portano a svolgere un ruolo importante, per quanto possa competere a un musicista, nel far prendere coscienza a una intera nazione.



Ma anche per Dylan sono anni dedicati alla crescita emotiva e umana che Timothée Chalamet cerca di restituire con attendibilità. Anni di amori e di dissapori che lo portano a condividere esperienze di vita con la giovane artista Sylvie Russo (Elle Fanning) o con la stessa Joan Baez (Monica Barbaro), con cui spesso condivide anche il palco. L’empatica Monica Barbaro presta la voce alla Baez e lo fa con assoluta proprietà, con l’interpretazione struggente di capolavori come “The House of the Rising Sun” o “Farewell, Angelina”, brano composto dallo stesso Dylan.



Anche Chalamet interpreta le canzoni di Dylan con grande partecipazione, la sua voce è più “pulita” rispetto all’originale ma l’efficacia della cover è notevole.

Nelle sue esperienze di formazione, Dylan rivela tutta la sua spigolosità, bizzarro ma anche bizzoso, anaffettivo, invasato dalle parole e dalla musica che compone compulsivamente di giorno e di notte, pur essendo un assoluto autodidatta.

Sfuggente, misterioso e riservato, persino un po’ spocchioso, nulla trapela del suo passato o della sua famiglia.



Alla domanda chiave: ”Chi vorresti essere?” risponde:” Tutto ciò che non vogliono che io sia”.

Si arriva così al fatidico anno 1965, quando Dylan si deve esibire nell’annuale appuntamento del Newport Folk Festival in cui, contrariando gli organizzatori, si presenta con una band rock, segnando il passaggio alla musica elettrica che in verità lo ha sempre attratto e interessato, incassando fra l’altro il compiacimento di Johnny Cash (Boyd Holbrook).

In quell’occasione accetta però di interpretare “It’s All Over Now, Baby Blue” con cui comunque non riesce a placare completamente le ostilità di Pete Seeger e di Alan Lomax (Norbert Leo Butz), leggendario antropologo ed etnomusicologo che, nei primi anni ’50 del secolo scorso, compì ricerche sul campo anche in Italia.



Da quella esperienza di rottura con la musica folk nascerà il nuovo album “Highway 61 Revisited” che si apre con “Like a Rolling Stone” e si chiude con “Desolation Row”. La raccolta ancora oggi è considerata tra le più importanti della musica leggera di tutti i tempi.

Cosa di meglio allora che allontanarsi dalla scena della musica folk a bordo di una rombante motocicletta?

Tratto dalla biografia “Dylan Goes Eletric!” di Elijah Wald, 'A Complete Unknown' è un’opera che si può definire riuscita in cui, certo sul filo del rasoio, la figura di Bob Dylan emerge con sufficiente attendibilità. Peraltro lo stesso artista ha approvato e sottoscritto la sceneggiatura del film, reso ancora più avvincente da un straordinaria colonna sonora e da un complesso di interpreti, su tutti Timothée Chalamet, che rendono il biopic ben collocato in una filmografia che con “Io non sono qui” (2007) di Todd Haynes, di espressività diversa, aveva già ottimamente raccontato tutta la complessità del personaggio.



Dirige con prudenza, vista la materia, James Mangold che in “Quando l’amore brucia l’anima-Walk the Line” (2005) si era già misurato con una tormentata biografia di Johnny Cash e, più recentemente, aveva realizzato “Indiana Jones e il quadrante del destino” (2023), ultimo appuntamento con le avventure del famoso archeologo.

141 minuti di buon cinema e di buona musica in cui Timothée Chalamet non indulge nell’atteggiarsi e riesce a non scimmiottare Dylan, rispettando la misura e la credibilità della persona.



Da rilevare infine che il racconto possiede coscienza di non banalizzare la difficile se non impossibile definizione del vero Bob Dylan.

Otto nomination ai prossimi Oscar tra cui film, regia e attore protagonista.

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