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LA BELLA
E LA BESTIA
UN AMORE
D'ARGILLA

di ANDREA ALOI

Vita e arte qualche volta si mescolano felicemente, donando scintille che purtroppo durano poco. “L’uomo d’argilla” dell’esordiente parigina Anaïs Tellenne è una deliziosa, amarognola commedia sull’amore asimmetrico e fugace tra Raphaël, un ruvido giardiniere-custode e l’algida (ma senza esagerare) artista concettuale Garance, erede ultima del maniero della famiglia Chaptel nel nord della Francia, dove il goffo e ciondolante tuttofare di quasi sessant'anni s’industria a eliminare delle voraci talpe con cariche esplosive e trascorre una pessima vita domestica in una casetta annessa alla residenza con l’anziana madre Lucienne, castrante borbottona abituata a chiamare il figlio “stronzetto”. Che carina.



A Raphaël (Raphaël Thiéry, sublime) manca l’occhio destro, suona la cornamusa nel gruppo di musica tradizionale Terra Gallica e dentro un sembiante non proprio attrattivo da Clayface, il faccia d’argilla disegnato da Bob Kane, il papà di Batman, cova un certo dolore, macinato in anni e anni di consapevolezza che con quel volto può solo far spavento. Garance (Emmanuelle Devos), sua coetanea - ha lo stesso nome della protagonista di “Amanti perduti” di Carné - è capitata una notte nell’avita magione ormai disabitata forse per fuggire da qualche disastro esistenziale piuttosto grave, visto che appena arrivata tenta il suicidio coi sonniferi. Raphaël la salva, è il primo incrocio di due vite destinate a “contaminarsi”, lui ispirando a lei una statua d’argilla che lo raffigura seduto nella posa del Pensatore di Rodin; Garance indicando a Raphaël la strada per strappare dal cielo una stella e portarla sulla terra, il coraggio di far diventare un sogno realtà.



“Non sei tu, è quello che mi evochi”, spiega Garance quando Raphaël vede un abbozzo della statua, già compiuta nella parte del volto. È stordito, desidera quella donna, riconosce per la prima volta l’amore vero, “è quando senti bruciare lo stomaco” dice a Samie (Marie-Cristine Orry), postina e saltuaria amante di Raphaël in giochetti erotici di dominazione da lei innescati con la frase: “Voglio che mi fai paura”. Fai il mostro cattivo, insomma, a ribadireuna diversità fisica, già ben sottolineata da mammina (Mireille Pitot, ben calata nel ruolo) che lo dileggia perché vuole farsi mettere un occhio di vetro, tanto “brutto rimani”. “Il mio volto è un paesaggio” dice all’autrice dei suoi giorni, ripetendo una carezzevole frase di Garance, il maturo figlio vuol crescere, ha preso maggior coscienza di sé e arriva la crudele stroncatura materna: “Un paesaggio? Non ti sceglierei di certo come cartolina”.



Raphaël adora l'affascinante scultrice, la sua vivacità e i suoi tormenti, s’illude. Ma quale ponte si può gettare tra un provinciale di semplici sentimenti e un’artista fuori dai canoni? Garance è anche una performer, sorta di controfigura francese di Marina Abramovich, capace di farsi tatuare sulla pelle le linee che tratteggiano i vari tagli di carne bovina, il petto, la noce, la coscia, e di esporsi nel banco frigo del macellaio: una sana e geniale provocazione antimaschilista; di raccogliere lungo decenni le lacrime in boccette: “Ne ho piante di più per il trasloco che per il divorzio”; di illuminanti uscite: “Per capire la condizione umana è meglio Jacques Brel di Justin Bieber”. Non ama Raphaël, ma, appunto, quello che la statua evoca, un’anima profumata d’onestà chiusa in uno scomodo corpaccione. Solo quando lui, da performer dell’amore, si ricoprirà d’argilla, diventando statua viva, si baceranno, in versione la Bella e la dolente Bestia.



Raphaël ha trovato il coraggio di suonare a un concerto dei Terra Gallica una sua composizione per cornamusa, triste e non arrembante come da repertorio del gruppo, è cambiato, un uomo nuovo. Garance ha ripreso fiducia ma è sempre la stessa, un’artista applaudita e presto riassorbita dal suo entourage, il critico, il giornalista, l’agente. Il Golem d’argilla tornerà dormiente? Nella tradizione del “buon mostro” potentissimo protettore degli ebrei, è un Adamo ancora materia bruta, privo del soffio divino e si vuole che la Praga cinquecentesca gli abbia dato i natali, grazie al rabbino Jehuda Löw. In “Golem. Come venne al mondo”, film muto di Boese e Wegener del 1920, un classico del cinema espressionista tedesco, si vira sul terrificante e proprio una statuetta della inquietante creatura è su una mensola nella casa del custode, souvenir della capitale ceca e richiamo all’eccezionalità fisica di Raphaël, speriamo pronto finalmente, anche attraverso la delusione, a levarsi di dosso incrostazioni materne e fangose.



Il primo lungometraggio di Anaïs Tellenne, una coproduzione franco-belga, è stato presentato a Venezia nella sezione Orizzonti Extra del 2023 e solo ora ha trovato distribuzione con la Satine Film della brava e attenta Claudia Bedogni. I 94 minuti dell’ “Uomo di argilla” si gustano alla grande, tra momenti più melodrammatici e spunti di garbata levità, ben resi da un cast eccellente, Emmanuelle Devos, fredda solo all’apparenza, molto amata da registi come Desplechin e Audiard, ha all’attivo una carriera e successi non inferiori a Juliette Binoche o Isabelle Huppert. E Marie-Cristine Orry caratterizza Samia, la postina birichina con la sapienza di una protagonista della scena, anche teatrale. Applausi alle musiche di Amaury Chabouty e alla sceneggiatura della stessa Anaïs Tellenne e di Raphaël Thiéry, visto di recente nel film di Pietro Marcello “Le vele scarlatte”, dove interpreta un reduce della Prima Guerra Mondiale, regalando, insieme a una presenza unica e potente, tutte le ferite di un uomo dannato e dalla difficile redenzione, mentre un futuro di serenità è riservato alla figlia (Juliette Jouan, una rivelazione) e all’aviatore scombiccherato Louis Garrel.

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