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HERE
UN SALOTTO
E MILLE
STORIE

di MASSIMO CECCONI

Il civico 155 di una sconosciuta strada di una altrettanto ignota cittadina degli Stati Uniti d’America segnala una palazzina unifamiliare costruita, in legno e mattoni, nel 1900, il cui salotto è l’assoluto protagonista del film “Here” di Robert Zemeckis.



La dimora venne realizzata dove un tempo vivevano i dinosauri e successivamente i nativi americani, giusto di fronte a una casa coloniale appartenuta al figlio di Benjamin Franklin al tempo della Guerra di indipendenza americana, che costituisce l’attrazione storica della zona.



Le uniche immagini esterne del film riguardano appunto lontanissime ere geologiche e, successivamente, la presenza in quel territorio di indigeni nonché vicende riferite all’Indipendenza, oltre alla costruzione della casa stessa.

Il padre della famiglia che risulta aver abitato per prima la dimora è un fanatico ante litteram dei viaggi aerei, mentre il lui della simpatica coppia successiva è un inguaribile ottimista di professione inventore.



Subito dopo la fine della Second guerra mondiale la magione viene acquistata dal reduce Al Young (Paul Bettany) che la va ad abitare con la moglie Rose (una irriconoscibile, almeno rispetto alla sua performance nella serie “Yellowstone”, Kelly Reilly).

Le vicende di questo nucleo familiare vengono poi seguite sino ai nostri giorni, soprattutto attraverso la presenza del figlio maggiore della coppia Richard (Tom Hanks) che, a metà degli anni ’60 del secolo scorso, convola a giuste nozze con l’amata Margaret (Robin Wright).



Amori, sconfitte, nascite, lutti, speranze e disillusioni (Richard vorrebbe fare il pittore e invece si ritrova a lavorare nel settore del commercio) scandiscono gli anni in una successione di immagini che interessa, anche con sovrapposizioni di scene, tutti gli occupanti di quella casa e, prima ancora, del territorio che ora la ospita.

Ritornano quindi l’inventore e la sua giovane moglie, il pilota d’areo e la sua famiglia, gli indiani e la famiglia Franklin in una successione di vicende che creano qualche tribolazione alla narrazione.



A partire dalla data di edificazione della casa, l’unico luogo di riferimento è però il salotto e i suoi vari arredi, che vengono sempre inquadrati a camera fissa. Tutti i personaggi entrano sempre dalla porta collocata a sinistra dello schermo e si muovono nello spazio limitato senza alcun primo piano o altra opportunità di ripresa.

Sullo sfondo, una grande vetrata permette sempre di vedere dall’altra parte della strada la vecchia casa colonica dei Franklin.



E quando un Richard ormai anziano decide di vendere la casa della sua vita, entra in scena una agiata famiglia di colore. La storia continua?

Il salotto è ospitale testimone di piccoli e grandi drammi ma, soprattutto, del ringiovanimento/invecchiamento dei quattro protagonisti principali.

Tom Hanks, che all’anagrafe sfiora ormai i 70 anni, compare in gran parte del film con la stessa età in cui era protagonista di “Bachelor Party-Addio al celibato” (1984), uno dei suoi primissimi film.



Stessa sorte tocca a Robin Wright che, in una fase del film, appare come la stessa donna protagonista di “Forrest Gump” (1994) in cui recitava con Hanks, per la regia dello stesso Zemeckis.

Il film utilizza a man bassa effetti visivi di ringiovanimento digitale che alla lunga procurano effetti un po’ inquietanti, aprendo uno squarcio persino malinconico sugli effetti dell’intelligenza artificiale, qui usata per ingannare lo scorrere del tempo.

“Here” è un qui senza ora in cui si affastellano sentimenti e immagini in un mix in parte mistificato di rassicurante normalità che a volte rende macchinoso lo svolgimento della storia. L'obiettivo di raccontare vicende umane in sé umanissime appare a volte pretenzioso, come scontate appaiono alcune riflessioni sul significato della vita, spesso troppo semplificate.



A favore del film, oltre al cast impeccabile, resta il gusto della sperimentazione, che introduce elementi su cui aprire quanto meno un dibattito.

Significativo poi il fatto che il film sia tratto da una graphic novel di Richard McGuire, un’originale fonte di narrativa che coniuga testo e immagini, spesso con grande efficacia.

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