Se nel bellissimo “Io sono ancora qui” del brasiliano Salles la mortale minaccia repressiva arrivava dall'esterno a scardinare la buona vita borghese di una famiglia di Rio, nel potente, coraggioso “Il seme del fico sacro”, girato tra estreme difficoltà dall’iraniano Mohammad Rasoulof, il soffocamento di ogni libertà germina all’interno di una famiglia benestante di Teheran. Dal 1971 brasiliano nell'apice della violenza politica al settembre 2022 della capitale iraniana, scossa dai moti popolari e dalla rivolta di ragazze e ragazzi innescata dal martirio di Mahsa Amini, ventiduenne uccisa dalla polizia religiosa perché non aveva sistemato correttamente il velo, l’hijab.
Molte manifestazioni, tanti arresti e superlavoro per Iman (Misagh Zare), fresco di nomina a giudice istruttore del Tribunale Rivoluzionario. La nuova carica comporta a breve un appartamento più grande, finalmente una lavastoviglie per la moglie Najmeh (Soheila Golestani) e una camera ciascuno per le figlie, la sedicenne liceale Sana (Setareh Maleki) e la ventunenne universitaria Rezvan (Mahsa Rostami). Iman potrà godersi robusti benefit garantiti dal regime, pagando però un prezzo alto. Confessa alla moglie, al pari di lui credente e allineata sui dogmi della teocrazia islamica, che è stressato. Ha studiato e poi lavorato per far rispettare la legge e adesso deve trasformarsi in passacarte: “Sono grossi fascicoli, non riesco a leggerli e mi chiedono di sottoscrivere le decisioni della procura, che spesso sono condanne a morte”. Il classico “brav’uomo” chiamato a eseguire gli ordini di una feroce dittatura.

Non si tirerà indietro, consolato dall’amorevole Najmeh, donna di severa bellezza preoccupata dalle rivolte studentesche che potrebbero coinvolgere le figlie. Crede ai tg di regime e le catechizza: “Quella ragazza, Mahsa Amini, è morta per un ictus, era malata”. Comincerà a farsi qualche domanda quando Rezvan le porterà a casa una collega d’università, Sadaf (Niusha Akhshi) colpita al volto da una fucilata e destinata a perdere un occhio. “Il seme del fico sacro” picchia duro quasi quanto gli ayatollah hanno infuriato sul cinquantenne regista e sceneggiatore, costretto, a causa di questo suo ottavo lungometraggio di fiction, a fuggire dal’Iran. Da anni nel mirino del regime, già imprigionato in passato per quaranta giorni nel carcere di Evin che ben abbiamo imparato a conoscere, Rasoulof aveva una condanna pendente a otto anni comprensiva di fustigazione e confisca dei beni. Motivazione? Attività contro la sicurezza del Stato, tipo girare documentari “antigovernativi”. Agli occhi dei preti killer di Teheran testimoniare un dissenso con la macchina da presa è opera satanica, cui rispondere con una crudeltà mentale e fisica surreale per noi fortunati europei. Dovremmo pensarci più spesso.

La situazione è precipitata ai primi del maggio scorso quando “Il seme del fico sacro” è stato selezionato ufficialmente per Cannes, al regista è stato revocato il passaporto e pochi giorni dopo la condanna a otto anni è stata confermata. Rasoulof è riuscito a espatriare clandestinamente, insieme a parte del cast e della troupe, tutti privati a loro volta del passaporto. In Iran sono rimasti i due protagonisti principali, Misagh Zare e Soheila Golestani, pure lei incarcerata in precedenza per aver sostenuto il movimento “Donna Vita Libertà”. Almeno il film - candidato all’Oscar dalla Germania, Paese produttore insieme alla Francia - vola senza catene, dopo traversie micidiali. Rasoulof ha girato privo del benestare della censura islamica, così la storia si svolge per larga parte in interni più qualche scena lontana dalla capitale con l’aggiunta di molte riprese in diretta di pestaggi e brutalità servite al regista per precedenti documentari. A macchina repressiva ormai pronta a colpire, tutto il girato è stato trasferito in extremis all’estero nelle mani del montatore Andrew Bird. Quando la realtà stessa è un giallo. Triste.

Rasoulof si è sempre chiesto cosa passasse nella testa di un giudice asservito, ingranaggio solo formale nella macchina tritatutto comandata dalla Guida Suprema, “Il seme del fico sacro” è nato così, dall'indignazione e da un grande amore per l’Iran. Già il titolo muove in direzione ostinata e contraria, fa riferimento al ficus religiosus, una specie invasiva che sparge semi nel tronco di altre piante uccidendole dall’interno, allusione patente alle gerarchie infestanti di ayatollah e fiancheggiatori, come i Guardiani della Rivoluzione, una sorta di metastasi militare ed economica con sempre più potere, uno Stato nello Stato.

Un semplice “no” significa giocare col fuoco, guai a sgarrare e il giudice istruttore Iman, nello sconcerto delle figlie, impaurite e arrabbiate per le gesta aggressive e omicide di pasdaran e basiji, si sclerotizza nella fedeltà (Iman in persiano vuol dire fede) a un sistema che arriva a imporgli di spegnere ogni empatia umana verso i “nemici” della Repubblica Islamica. Mentre la moglie Najmeh vuole mediare, ansiosa di preservare quella bolla di tranquillità e piccola agiatezza - presente “La zona di interesse” di Jonathan Glazer? - che si trasforma poco a poco in un universo concentrazionario familiare sotto il segno del patriarcato. Dialoghi, rabbie, pena non cedono di un millimetro, “montano” sapientemente.

I nervi del magistrato e un tempo genitore affettuoso sono scossi dallo smarrimento della pistola consegnatagli, visto il clima politico, per autodifesa. Una mancanza pronta a diventare marchio d’infamia, capace di distruggergli la carriera. A nulla valgono le ricerche in casa, Iman ha il cervello survoltato, concede moglie e figlie all’interrogatorio di un inquietante dirigente dei servizi di sicurezza: la tensione cresce col sospetto che l’arma sia stata trafugata da Rezvan e Sana. Il resto è thriller puro, la deriva psicotica del bravo funzionario del terrore promette drammi. Il regista nel finale esce dall’interno/inferno domestico, un tempo culla di piacevolezze e diventato quinta di accuse e sbigottimento e alza ulteriormente il cursore della suspense quando Iman, convinto di essere pedinato, porta la famiglia nella casa di campagna dei nonni dove si cristallizzerà un conflitto mortale tra paranoia e fame di libertà. Il dramma di una famiglia diventa la tragedia di un Paese.

“Il seme del fico sacro” non ha paura di ferire, è un urlo senza fine, impressivo in virtù della sua forza morale. Un film che ricorda per il senso di opprimente clausura familiare “Dogtooth” di Lanthymos, ma ancora di più “Il clan” dell’argentino Pablo Trapero per la figura di Arquimedes Puccio (Guillermo Francella), un padre-padrone placido all’apparenza, ex dirigente dei servizi segreti pronto nei primi anni Ottanta a riciclarsi, appena finita la dittatura, in sequestratore con prigione ricavata in casa. Un piccolo lager di famiglia, col figlio Arquimedes (Juan Pedro Lanzani) in conflitto tra l’obbedienza al genitore e il sogno di una fuga risanante per la coscienza. Una storia vera, peraltro.

Mohammad Rasoulof nel 2020 aveva vinto L’Orso d’Oro al Festival di Berlino per “Il male non esiste”, si riconferma con “Il seme del fico sacro” anche per la sapienza nel mixare la finzione al found footage e la gestione senza pecche di una storia non dimenticabile, un viaggio spietato e necessario di 168 minuti dentro una catastrofe che vuole coinvolgere, da un’emozione all’altra, la coscienza dello spettatore. Viva il cinema libero. In sala con BiM e Lucky Red.