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MICKEY 17
BIOFUTURO
GROTTESCO
A FINALE
SCONTATO

di ANDREA ALOI

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Il tuo progetto di business è fallito e il trucido cravattaro che ti ha prestato i soldi li vuole indietro subito, pena la vita? Nel 2054 ipertecnologico evocato in “Mickey 17” dal coreano classe ’69 Bong Joon-ho, Palma d’Oro a Cannes e Oscar per “Parasite”, il meschino e spaurito Mickey Barnes (Robert Pattinson) tenta una via di fuga molto speciale: si imbarca nella missione di colonizzazione spaziale del multimiliardario Hieronymus Marshall (Mark Ruffalo), un fior di cazzone razzista quanto la sua perfida compagna Gwen (Toni Collette), implacabile burattinaia del megalomane cosmico. Mickey è un buonone, un perdente, e tale è la fifa che pur di salire sulla gigantesca astronave di Marshall per un viaggio di quattro anni verso il pianeta Niflheim accetta l’impiego come expendable, cavia sacrificabile per esperimenti, destinato a morire ma pure a venir replicato da una prodigiosa e inquietante “stampante”, stesso corpo e stessa mente, ricordi compresi. Un po’ stressante, anche se il ragazzo poco alla volta ci fa il callo.



Mickey è appendice biologica di una tecnologia finita nelle mani di un pericoloso gonzo zeppo di miliardi, cosa che ci suona vagamente familiare. Expendable è anche traducibile con “materiale di consumo”, a inverare la distopia di future unità-uomo in un sistema in cui la biopolitica è diventata un incubo, qui allestito da Bong Joon-ho negli abituali toni del grottesco e del sarcastico nei confronti di un demiurgo alla Musk che se ne impipa di ogni umano limite e decenza e punta a conquistare il pianeta Niflheim per creare una “colonia pura”: la versione interstellare della razza ariana. Un assurdo minaccioso ben nelle corde del regista coreano, alla terza incursione nella fantascienza dopo il post apocalittico “Snowpiercer” e “Okia”, dal nome della povera porcella gigante frutto di esperimenti genetici.



In “Matrix” le macchine fornite di intelligenza artificiale hanno preso il potere e coltivano gli umani per trarne energia, in “Blade Runner” i replicanti sono fabbricati con materiali biologici e avendo una qualche forma di coscienza non sono così contenti di venir “terminati” per esser sostituiti con cyborg sempre più efficienti. Ridley Scott aveva tratto spunto dal sommo Philip K. Dick (“Do Androids Dream of Electric Sheep? Gli androidi sognano pecore elettriche?), qui il regista e sceneggiatore di Daegu si è basato sul romanzo “Mickey 7” di Edward Ashton, accollando al suo protagonista una decina di morti e ristampe in più. Chi ha visto lo splendido “Parasite” col suo devastante attrito tra due famiglie che sono all’opposto della classe sociale, sa che Bong Joon-ho preso di mira un soggetto lo sviluppa fino alle conseguenze più estreme. E ficcanti. Le sventure tragiche e insieme folli del povero multiplo confermano nella prima metà del film un’inventiva urticante e senza limiti, ciò che viene a mancare (relativamente) nella seconda.



Vediamo. L’intera vita interiore di Mickey sta racchiusa in una memoria a forma di mattone che viene travasata nel nuovo multiplo dopo che il precedente è stato “consumato”. Che diamine, il progresso ha bisogno di sacrifici, così Mickey, una volta arrivati su Niflheim, viene esposto alle radiazioni cosmiche per studiare l’effetto sull’uomo: muore e viene cacciato giù per un terrificante tubo-fornace e ciao. Oppure, dopo aver saggiato a proprie spese la validità dei vaccini utili a proteggere i coloni, viene invitato dalla perfida coppia Marshall-Gwen ad assaggiare pseudocibi ottenuti dal riciclo dei rifiuti organici dell’astronave, robaccia da spasmi insopportabili ed ecco Mickey pronto a sperimentare un nuovo antidolorifico. Una vita da cani, a parte la relazione sentimentale con la superpoliziotta Nasha (Naomi Ackie), innamorata del giuggiolone.



Giunto alla diciassettesima “reincarnazione”, il mite multiplo sacrificale - la stampante lo scodella come un foglio A4 ma tridimensionale, segue l’inserimento di memorie, affetti, indole etc - viene incaricato di catturare un esemplare dei tardigradi abitanti di Niflheim. Trattasi di vermoni repellenti, Marshall&C. vogliono studiarli, sfruttarli magari a fini alimentari e infine eliminarli col gas nervino. Mickey va a caccia, precipita in una grotta e viene dato per morto, mentre invece sono stati gli striscianti a salvargli la vita. Ripugnanti e però dal cuore d’oro o quantomeno non inclini a vedere nel diverso un nemico da azzerare, come delirano il miliardario e consorte (pure qui la campana suona per noi). Mickey 17 torna sull’astronave con sommo gaudio di Nasha, ma nel frattempo, dato per perso, ne era stata riprodotta una nuova copia, Mickey 18. Causa errore nel trasferimento dei dati mentali, a differenza del predecessore ha un carattere assertivo e battagliero e la superpoliziotta non sarebbe assolutamente contraria a un ménage a trois.



Non potrà accadere. Marshall e Gwen - cui Nasha ricorda una drammatica ovvietà: “Gli alieni siamo noi, su questo pianeta” - vogliono guerra e soluzione finale. L’avranno, nel senso sicuramente desiderato dagli spettatori. “Mickey 17” viaggia con colpi di scena a raffica verso lo scioglimento finale, una sequenza di peripezie, rivolte e gesta eroiche dei “buoni” egregiamente confezionata e coreografata nei momenti culminanti della inutile guerra ai placidi vermoni, con alcune trovate commoventi e di grande effetto unite a una certa generale prevedibilità. Bong Joon-ho ha avuto a disposizione 118 milioni di dollari forniti dalla Warner e non è difficile immaginare che qualche limite alla sua libertà creativa l’abbia implicitamente accettato, visto che per il lancio di “Mickey 17” è servita un’altra carriolata di soldi. La major ci mette il capitale di rischio, la destinazione è il pubblico mainstream, ergo…



Da segnalare la suggestiva fotografia di Darius Khondji, un fuoriclasse assoluto, e le belle prove del trentottenne londinese Pattinson, già vampiretto piacione nei cinque film della saga “Twilight”, di Ruffalo e Collette, insieme a tutto un cast di rango, da Steven Yeun (è Timo, l’amico di Mickey in fuga con lui dalla terra) a Thomas Turgoose (Bazooka, fedele servitore dei “cattivi”) a Anamaria Vartolomei (la bella poliziotta e scienzata Kai Katz), che ricordiamo protagonista nel drammatico “La scelta di Anne” di Audrey Diwan, film Leone d’Oro a Venezia nel 2021. I 139 minuti di “Mickey 17” sono stati girati negli studi Leavesden di Londra, alla distribuzione sempre la Warner, tra i produttori esecutivi c’è Brad Pitt.






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