“Il caso Belle Steiner” del settantottenne Benoît Jacquot è una implacabile macchina del sospetto, messa in moto dall’efferato omicidio per strangolamento di una studentessa, la Belle del titolo, figlia della migliore amica di Cléa (Charlotte Gainsbourg) che la ospita in una cittadina della più fonda provincia francese, non lontana dal Belgio. Cléa ha un negozio di ottica in centro e vive col marito Pierre Constant (Guillaume Canet), professore di matematica, tipo introverso oltre misura con pulsioni voyeuristiche. La sera fatidica non era uscito con la moglie, diretta a una festa tra amici, e aveva preferito far tardi nel seminterrato, dotato di studiolo con lavagna, indispensabile a Pierre per scatenarsi con calcoli e formule matematiche da ottimo cultore della materia. Ha golosamente “spiato” la giovane vicina della casa di fronte mentre si spogliava per andare a letto, più tardi dalla finestra che dà sulla strada è stato salutato frettolosamente da Belle, di rientro a casa sotto un diluvio. La mattina dopo eccola, nuda e scomposta, cadavere nella sua cameretta.
In quella “piccola città, bastardo posto”, per dirla alla Guccini, tutti conoscono tutti, la famiglia Constant è amica del medico (Patrick Descamps) e del sindaco (Jérémie Covillault), Pierre sembra essere all’inizio graziato dalle dicerie e scivola via incolume ai primi passi dell’indagine, ma sotto il riguardo dovuto a una figura stimata brulicano discorsi ambigui e i pregiudizi dilagano. Il prof? Silenzioso, freddo in ogni senso, troppo dopo un assassinio tra le mura di casa. E Belle? Provocante, ragazza libera, attratta da uomini maturi. Cléa? Costretta a cercare qualche palpito sessuale con un ex amante, incontrato dopo anni.

Ispirato al romanzo “La Morte di Belle” (Adelphi) scritto da Georges Simenon nel ’52, ai tempi del suo periodo americano, il film ripropone ai giorni nostri una cittadina né grande né piccola, defilata, la classica quinta amata dal creatore di Maigret per giocare sulla tastiera delle debolezze e delle ipocrisie umane. Passando dal docente universitario Spencer Ashby, con l’hobby dei lavoretti in legno col tornio al taciturno Pierre, sempre di “isole” nella corrente si tratta e sotto la patina imperturbabile di due vite immolate al più spento andazzo si agitano storie intime irrisolte e non confessate.

Siamo nei territori del poliziesco, però Benoît Jacquot - anche sceneggiatore con Julien Boivent - fa montare la suspense più che con colpi di scena nell’inchiesta, coi progressivi slittamenti mentali di Pierre, non più totalmente imperturbabile, e qualche luce puntata sul misterioso legame con la moglie. I confini esterni del delitto contano meno del rimosso interiore, del guasto di certe anime oscure, come accade nei grandi romanzi di Simenon, da “La camera azzurra” a “I Pitard”. Quasi più libero, senza il suo Maigret, di perlustrare luoghi e situazioni, a scapito della triade delitto-indagine-soluzione. Il Pierre del “Caso Belle Steiner” (nel film insegna al liceo “Georges Simenon”…) è un vinto oppresso soprattutto da se stesso e ricorda, per restare in ambito letterario, “Stoner”, il professore americano creato da John Williams, osteggiato dalla moglie e in facoltà, costretto a mollare il suo vero amore, Katharine. Un placido tormentato e succube per un’altra storia che non ha sobbalzi ma ti scava dentro.

Convocato dalla procuratrice (Aïssatou Diallo Sagna) e interrogato mentre uno psicologo prende appunti, Pierre sbotta: “Non mostro emozioni, d’accordo. Ma non per questo sono un assassino”. E intanto (il diavolo sta sempre nei dettagli) butta sguardi interessati alla cavigliera sexy di Aurélie (Pauline Nyris), la cancelliera. Ecco un sospettuccio che sale. Il professore racconta di non avere mai avuto relazioni vere, prima del matrimonio con Cléa. Siamo davanti a un maniaco preda di un raptus? L’incrocio tra lui e Aurélie al di fuori dell’inchiesta porta a un finale aperto ma non anticipabile: ogni spettatore, contagiato dalla macchina del sospetto e per questo pronto a una ridda di ipotesi, potrà disegnare alla lavagna la sua verità, come Pierre le formule matematiche, non tutte risolvibili. E qualsiasi esito giudiziario è destinato a suscitare controversia. Condurci al gioco delle ipotesi, del resto, è l’obiettivo del regista. “Il caso Belle Steiner” fa perno su un delitto, ma finisce per parlare d’altro, quanto “Anatomia di una caduta” di Justine Triet (film che sta un paio di spanne sopra) si focalizza su un dramma giudiziario e finisce per disegnare le crepe di un amore difficile.

Dopo un’ora e mezza immersi nella turbolenta quiete di Pierre e prima dei titoli di coda si legge un avviso sullo schermo: “Il team realizzativo del film condanna ogni forma di molestie e aggressione, affermando la propria solidarietà alle vittime e alla possibilità che parlino di qualcosa che hanno taciuto per molto tempo”. Il riferimento è ai guai giudiziari del maturo regista, accusato, nel gennaio del 2024, di violenze e molestie risalenti a oltre vent’anni fa, vittime quattro attrici francesi, Judith Godreche (le cronache ricordano una sua relazione con Jacquot iniziata nell’86 quando avevano 14 anni lei e 39 lui), Julia Roy, Vahina Giocante e Isild Le Besco. Succede così che “Il caso Belle Steiner”, prodotto da Macassar e Ciné@ e distribuito nelle nostre sale da Europictures, in Francia non sia ancora uscito.

Benoît Jacquot pochi anni fa aveva girato un’altra storia di inganni e non detti, “Eva”, con Gaspard Ulliel e Isabelle Huppert (presente in sei lavori del regista), riuscito capitolo di una filmografia convergente sull’universo femminile, con apice qualitativo in “La fille seule” del ’95: è il primo giorno di lavoro di Valérie (Virginie Ledoyen) in un hotel di lusso, la ragazza è incinta e il fidanzato disoccupato Rémi (Benoît Magimel) non ne è così felice. Jacquot ha mano felice nel dirigere il cast, Guillame Canet, visto di recente nei panni e nelle guance oversize di Luigi XVI in “Le Déluge. Gli ultimi giorni di Maria Antonietta”, ha il passo del grande interprete e non è da meno Charlotte Gainsbourg. Curiosità: Patrick Descamps, celebrato attore teatrale che nel film interpreta il medico amico di Pierre, è praticamente la fotocopia di Michael Lonsdale, altra gloria della scena francese, scomparso pochi anni fa in età venerabile. Controllare per credere.