Razze
nemici immaginari
Negate dalla scienza
ma il razzismo non tramonta
Una recensione di
ANDREA ALOI
La cruciale questione s’inquadra in poche parole: le razze umane non esistono, i razzisti e il razzismo (anche di Stato, dall’Italia fascista ai nazi al Sudafrica dell’apartheid) purtroppo sì. La scienza nega qualsiasi fondamento alla suddivisione in razze biologiche del genere umano, a partire dal fatto che l’Homo sapiens presenta una variabilità genetica molto bassa: il 99,9% del DNA di tutti gli umani è identico e le differenze osservabili stanno in un piccolo 0,1%. A dispetto dei tratti somatici, due abitanti del Nord America sono, ad esempio, geneticamente più vicini a un coreano di quanto non lo siano tra loro.
A questo punto non dovrebbe esserci partita, ma il lascito culturale del razzismo e della stessa parola “razza”, funzionale nei secoli alla creazione di un nemico o alla sottomissione schiavistica e coloniale, rimane pesante, ad alta infettività, lentissimo a “guarire” se pensiamo che solo nel 1978 la conferenza parigina dell’Unesco ha partorito la “Declaration on race and racial prejudice”, una condanna culturale, sociale e scientifica senza appello della classificazione per razze della specie umana.

Razze umane
Breve storia di un lungo inganno
di Michele Pompei
Scienza Express edizioni
17 euro
Risulta, così, prezioso, di gustosa lettura e strepitosamente adatto come strumento divulgativo e scolastico “Razze umane. Breve storia di un lungo inganno” (Scienza Express, 120 pagine per 17 euro) del giornalista e conduttore radiofonico Michele Pompei in collaborazione col biologo evoluzionista Roberto Russo, più prefazione di Telmo Pievani, filosofo della scienza. Intanto la parola “razza”, come e quando nasce e dove? Molti linguisti italiani si sono esercitati sul tema, facendo risalire il termine al latino “generatio”, nel ‘600 il francese François Tant aveva pensato a “radix”, sempre latino, riferendolo “all’origine, all’estrazione di un uomo, di un cane, di un cavallo per cui si dice di buona o cattiva razza”. A metà del secolo scorso il sommo Gianfranco Contini elimina ogni dubbio, razza viene dal francese “haraz”, termine di derivazione germanica che significava “allevamento di cavalli”. E in zootecnia ancora oggi “razza”, scrive Russo, “indica espressamente un gruppo di individui con caratteristiche comuni ottenute tramite selezione artificiale”. Cani, cavalli, tori, di razza o non di razza, con tanto di tipi ideali da perseguire.

Zootecnia, non esseri umani. Eppure parlando di “razza” in italiano e nella maggior parte delle lingue europee, i dizionari (Pompei ci ha frugato con pazienza certosina) ai concetti di “categoria di animali domestici selezionata dall’uomo” e di “stirpe, discendenza” aggiungono quello di un “insieme di uomini e donne che hanno caratteri ereditari e morfologici comuni”. Mentre non c’è traccia di un termine omologo in Asia e Africa e il motivo è chiaro: “razza” per denotare una determinata tipologia umana è una parola comparsa in Francia alla fine del XVII secolo, nel 1684, con François Bernier ed è figlia del colonialismo e di un’epoca di poco successiva, quella dell’Illuminismo e dell’Encylopédie, prodiga in tassonomie e classificazioni. Con l’uomo bianco “di razza caucasica” che spreme ricchezze, deporta, segrega, schiavizza forte di benedizioni ecclesiastiche e di un diritto internazionale creato su misura per conferire un’aura di legalità a invasioni e spoliazioni di nativi o concorrenti commercial-politici. Comanda l’uomo bianco e impone la sua visione e relative categorie. C’è il tipo perfettamente umano e quello quasi bestiale, “qualcuno” scrive Pompei “vocato a dominare e un altro, di converso, a essere dominato”.

Una elaborazione mentale già presente tra gli egizi dal XVI al XIV secolo avanti Cristo e nella Bibbia (Semiti, Giapetiti, Camiti), poi in Aristotele. E risalita fino ai tempi della Dea Ragione: basta con le superstizioni, urge catalogare tutto, razze umane comprese. Un’operazione utile e quindi eletta a canone giustificativo nelle stagioni del rampante imperialismo occidentale. Ci casca pure un insospettabile Kant, che nel 1775 scrive di quattro razze umane e arriva a delirare: “Il caldo umido favorisce generalmente la forte crescita degli animali”, uno dei fattori che spiegano “l’origine del negro, che ben si adatta al suo clima, rendendolo forte, carnoso e agile. Tuttavia, grazie all’abbondanza offerta dalla sua terra, è anche pigro, indolente e ozioso”. Quattro razze umane per il filosofo di Königsberg, cinque per Blumenbach, sei per Buffon, otto per Agassiz e sedici per Desmoulins fino alle sessantatré di Burke. E Darwin, razzista anche lui? Un ispiratore e giustificatore della sopraffazione dei meno adatti da parte dei loro simili più evoluti?

Il libro gli dedica splendide pagine arrivando a un’ovvia “assoluzione” del naturalista inglese padre delle teorie evoluzionistiche: per Darwin c’è un filo comune che fa risalire tutti gli esseri umani a un’unica origine, una rivoluzione autentica nella comunità scientifica ottocentesca, ancora convinta che le razze umane “corrispondessero a specie evolutesi separatamente le une dalle altre”. E il nostro Paolo Mantegazza, diffusore delle teorie darwiniane, parlava a fine secolo XIX di un unico “albero umano” con rami che si intrecciano e di qui razze umane “che sono tutte popolazioni frammiste tra loro”. Poi dalla fratellanza umana passava però a bollare “l’Indiano (…) uomo di poca sensibilità, cupo, silenzioso diffidente” come “poco intelligente, poco attivo, temperante per necessità o per inerzia che dalla civiltà impara solo i vezzi, superstizioso senza essere religioso”. In bilico tra visione scientifica progressista e orrido paternalismo gravido di pregiudizi, atteggiamento questo durissimo a morire pure nel terzo millennio.

Ciascuno di noi è un mosaico di pezzi di DNA “provenienti da varie regioni, a testimonianza” racconta Russo “delle innumerevoli migrazioni che da sempre hanno caratterizzato la nostra specie (…). Pertanto non esistono dei geni ‘puri’ che identifichino un individuo come appartenente a uno e un solo popolo”. E neppure alcuna giustificazione c’è per la race based medicine, la medicina basata sulla razza che oggi, non secoli fa, considera l’identità razziale un parametro affidabile per terapie differenziate, mentre trascura che se, per dire, la comunità afroamericana soffre maggiormente di malattie cardiovascolari, diabete e polmonite non è per l’appartenenza alla “razza biologica afroamericana” ma perché vive mediamente in condizioni peggiori, dalla povertà alla malnutrizione. “Razza ed etnia sono concetti fluidi, mutevoli” dice la dottoressa e divulgatrice scientifica Silvia Bencivelli, “che nel tempo e nei diversi contesti assumono significati diversi ed anche per questo per gli scienziati non significano e non possono significare nulla”.

Gli scienziati, aggiunge Telmo Pievani, hanno appurato come nel nostro cervello convivano impulsi negativi immediati che ci mettono in allarme davanti a estranei/“diversi” e intenzioni egualitarie. Sono retaggi tribali: l’Homo sapiens è l’esito di una lunga storia di socialità a piccoli gruppi, dove il conflitto verso entità sociali esterne promuove la cooperazione all’interno dei vari gruppi. Forse un giorno mantenendo accesa la fiammella della razionalità - così minacciata da fake news, negazionismi e pulsioni difensive neotribali - allargheremo sempre più e definitivamente il concetto di “noi” alla specie umana nella sua interezza. Nel frattempo, visto che il termine “razza” è un problema tutto occidentale “potremmo impegnarci” scrive Pompei “a ritirarlo dal mercato come un prodotto fallato della nostra cultura”.
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