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Siciliano, l'alba dell'Italiano

L'isola continentale
psicoanalisi di una identità

Una recensione di
FABRIZIO FUNTÒ

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I siciliani si “sentono” come degli dei decaduti e azzoppati, dal tempo dei tempi. Forse fin dall’epoca di Polifemo, che abitava nei dintorni di Siracusa. Come se Ulisse, anzi per meglio dire “Nessuno”, avesse iniziato una serie infinita di ruberie e prevaricazioni, derubandolo della vista e del bestiame con l’inganno.

Così si sentono i siciliani: defraudati e vilipesi da tutto il mondo, su tutti i piani e a tutti i livelli.

E per questo pretendono un risarcimento infinito. Una sorta di tributo agli “dei decaduti”.

Ora, questo “atteggiamento”, psicologico, psicanalitico e gnoseologico, è basato su fatti reali, o si tratta di una "sindrome"? Si, perché poi si è fatto storia, economia, legislazione. Ha determinato (art.38) una Regione autonoma che spende e spande a profusione, ma reclama ulteriori contributi dallo Stato italiano. È anche forse, e sciaguratamente, Mafia — che fa della “Cosa Nostra” un elemento a parte, un conciliabolo di riconquista identitaria e di riaffermazione criminale, vissuto e idealizzato con riti strampalati e pratiche ferocissime e inumane.

Ma le cose stanno davvero così? L’atteggiamento corrisponde a dati reali?


franco lo piparo
Franco Lo Piparo

Secondo Franco Lo Piparo ci troviamo nel terreno di una enorme allucinazione collettiva. Che ha poi suggestionato e coinvolto, in qualche modo, anche grandissimi nomi della letteratura, del pensiero e della politica nazionale e internazionale.

Pensiero, politica e letteratura sono fenomeni possibili solo per mezzo di un linguaggio. Ed è questa la cartina al tornasole, la chiave di lettura che usa Lo Piparo ― finissimo linguista del rango dei grandissimi quali Eco o De Mauro ― per infilare il coltello nella piaga di una presunta “sicilianità” che, a leggere le carte, non sembrerebbe esistere. Pura allucinazione.


congresso mondiale linguisti
Bologna 1973, Congresso Internazionale dei Linguisti.
Da sinistra: Tullio De Mauro, Daniele Gambarara, René Amacker, Rudolf Engler, Enzo Golino, Umberto Eco e Franco Lo Piparo.

Naturalmente, le cose non sono mai così semplici, né è possibile tagliare con il Rasoio di Occam una materia così intricata. Ma la lunga disamina dei documenti linguistici esposta nel libro lascia spazio a pochissimi dubbi.

La tesi di fondo di Lo Piparo è che la rivoluzione culturale e finanche demografica del XII-XIII secolo ha stravolto la vita della Sicilia trasformandola da un territorio marginale europeo, spopolato e di lingua e religione araba, ad un soglio regale, di natura Nord-europea e Provenzale, con influssi e corpose presenze nord-italiche. E con baricentro a Messina, la vera capitale di allora.

federico II
Federico II di Svevia, lo Stupor Mundis

Vescovi, abati, amministratori pubblici, comandanti provenienti (con al seguito le famiglie) dal nord Italia e nord Europa, insediati nei posti chiave dell'amministrazione e del culto dell'isola. Il ripopolamento è andato di pari passo con una rivisitazione della lingua, importazione di natura “continentale”, impastata con gli accenti locali.

Quindi, la radice linguistica che segna l’idioma siculo è quella delle lingue provenzali/neolatine, da circa otto secoli a questa parte. Un po’ più di un dialetto, un po’ meno di una lingua, dirà qualcuno.

E qui Lo Piparo offre una splendida messe di documenti tratti dagli archivi. Sono giuramenti matrimoniali, raccomandazioni ecclesiastiche, racconti, composizioni varie che nel corso dei secoli, sostanzialmente, dimostrano che alla base del siciliano c’è l’italiano. O, meglio viceversa: che il siciliano è uno degli ingredienti della ricetta che porterà alla realizzazione dell’italiano standard, al pari (se non meglio) del toscano-che-diventerà-italiano.


Carretto siciliano

Prova ne sia, come ci ripete per tutto il libro l’autore, che un italiano che legge un componimento in siciliano lo capisce al 90%, salvo qualche termine specifico, in genere importato da lingue romanze. E questo lo indica anche la fortuna di uno scrittore autore come Camilleri, che prende pari-pari la sua lingua domestica, quella che parlava a casa, frammischiata di siculo-che-non-è-diventato-italiano e di italiano, e la svolge in prosa. Con un grande effetto sul pubblico dei lettori, e recentemente virato in serie televisiva.

nromanno-svevi
Il sud Italia nel 1154

La Sicilia, con la dominazione dei Normanni e poi degli Svevi, si era ritrovata al centro di una gravità permanente regale, che la vedeva fulcro dei grandi regni nordeuropei. E dei traffici commerciali, economici, finanziari e culturali. Poi si sono alternate tante di quelle popolazioni nel corso dei secoli, un tale miscuglio genetico che sarebbe difficile rintracciare una supposta "purezza" di genia autoctona, almeno quanto sarebbe difficile rintracciare una (sempre supposta) lingua originaria sicula, che possa fare da supporto alla “gens”.

Se si confronta la traiettoria siciliana con quella sarda, le differenze diventano enormi, come fra il giorno e la notte. I sardi sono un popolo, hanno una lingua, una loro storia arcaica, una rinomata identità. E di quella lingua primeva credo siano rintracciabili, ad oggi, qualcosa come 344 dialetti. Quasi uno per comune. Un arcipelago linguistico che si va definendo anche grammaticalmente nelle recenti elaborazioni linguistiche regionali, con una trascrizione standard di riferimento per tutto quel grappolo di dialetti.

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La suddivisione dei dialetti sardi

Mentre l’allucinazione identitaria sicula, di cui ci parla Lo Piparo in questo libro, non sembra avere basi e ragioni di esistere. Ciò nonostante, ha avuto illustri esponenti che ne hanno alzato il vessillo, probabilmente abbagliati da considerazioni fallaci, più dal sentimento che dal caso, e che nel libro troviamo definite con un termine assai ruvido: “grottesche”.

Così si sono espressi Machiavelli — che sosteneva la Sicilia non facesse affatto parte dell’Italia — fino all’ultimo indipendentista, Finocchiaro Aprile, che ha scritto il suo altisonante proclama indipendentista in un bell’italiano forbito (bell’autogol!). Passando per quasi tutto il gotha dei pensatori, da Stendhal a Carl Marx, da Antonio Gramsci a Sciascia, a Tomasi di Lampedusa.

Chi ci aveva visto giusto, manco a dirlo, si chiamava invece Dante Alighieri. Nel De vulgari eloquentia afferma infatti che l’italiano colto o, meglio, il “volgare illustre”, nasca proprio in Sicilia, “quia regale solium erat”. Tutta la produzione della scuola siciliana, penetrata poi nella società, costituisce la prima pietra e le prima fondamenta sulle quali si fonda l’edificio della lingua italiana, arrivato quasi senza scosse fino ai giorni nostri.

In sostanza, sintetizza Lo Piparo, “l’idioma siciliano non è lingua autonoma dall’italiano, ma è lingua italiana al suo sorgere”.

Quindi, niente lingua autonoma e separata dall’italiano, niente cultura arroccata su se stessa (tutti i grandi scrittori siciliani — Pirandello, Sciascia, Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, etc — appartengono infatti alla storia della letteratura italiana ed europea, non a quella vernacolare in salsa trinacria), e pertanto niente autonomia politica. Tutto finto. Tutto posticcio. Farneticazioni. Anche se, bisogna dirlo, realmente gli intellettuali siciliani si sono sentiti rapiti e traditi, senza la loro radice, volata via in Toscana e poi a Roma.

tomasi di lampedusa
Tomasi di Lampedusa

Su questo punto sembra che Lo Piparo sia addirittura infastidito.

La commissione del Regio Stato Italiano postunitario, istituita per analizzare il problema economico e infrastrutturale del nostro Sud, e della Sicilia in particolare, concluse i suoi lavori raccomandando al nuovo Parlamento — oltre ad una unificazione del debito delle provincie italiane in un unico debito pubblico sovrano (dato allora come compito improbo, più o meno come l’unificazione del debito degli stati europei ai giorni nostri), raccomandava l’istituzione di un fondo di perequazione specifico per l’isola, “a compensazione” della carenza di infrastrutture fisiche (e anche culturali, vista l’ignoranza diffusa) e a sostegno delle popolazioni di molto più povere rispetto alla media italiana.

La Sicilia si è sempre rivolta ai suoi “padroni” politici con il cappello in mano del signore scaduto, non il cappellaccio del viandante ma la tuba del conte in disgrazia ed in disarmo, chiedendo ossessivamente "la compensazione" per tirare a campare, in realtà, a sbafo del vincitore. Hegelianamente capovolgendo la dialettica del servo-padrone. Ma così relegandosi e autocostringendosi nel ruolo del mendicante che non ha, non avrà mai più, ma potrebbe forse aver avuto in un lontanissimo passato mitologico ― la forza per produrre da sola la fonte della propria ricchezza e del proprio benessere. Un atteggiamento rinunciatario e al contempo presuntuoso, velleitario e infantile.

Resta da capire, però, da dove si sia generata la rivendicazione risarcitoria sicula.

In questo prezioso volume, Franco Lo Piparo prende ad emblema di queste farneticazioni le storie di Giufà, una sorta di filosofo gargantuesco pasticcione, che non si rende conto della differenza fra la realtà e la sua immagine. Sicché tenta, ad esempio, di salvare la luna che vede riflessa nell’acqua del pozzo gettando giù un filaccione per recuperarla. Filaccione che si spezza sotto il suo tiro, mandandolo a gambe all’aria e naso all’insù. E in questo modo portandolo a guardare, finalmente, la vera luna splendente nel cielo; dal che Giufà viene indotto a credere che il suo bislacco salvataggio sia perfettamente riuscito. Giufà è l’emblema dell'intellettuale siciliano che non si rende conto di essere lui il primo italiano (la luna era rimasta immobile in cielo) e continua a piagnucolare contro i (supposti) invasori italici.


giufà
Giufà guarda la luna riflessa nel pozzo

Un Giufà, per dirlo nei termini contemporanei di una fiumana di Giufà incollati alla tastiera del computer ed in sproloquio continuo sui social network, affetti dalla cosiddetta sindrome di Dunning-Krueger. Si sentono tutti leoni da tastiera, ma appena vai a chiedere conto di una bestialità scritta nella loro bacheca ti ribattono che li stai offendendo e ti bannano. Permalosi e vendicativi, ed in continuo debito di omaggio narcisistico vassallatico. Naturalmente la sindrome si basa sull'accertata ignoranza dei soggetti.

Così questo volume complesso, figlio credo di una lunga e meditata elaborazione, ma gustosissimo da leggere, allunga le sue propaggini fino all’oggi.

E forse anche il fenomeno mafioso ― aggiungo io ― rientra in questo uso allucinato, in questa mitologia-mitomania che sembra affliggere i siculi. Bisognerebbe ripensare tutto sull'unità d'Italia e sulle sorti della Repubblica rivisti sotto questa luce nuova.

Ma di questo, Franco Lo Piparo non parla. Almeno per ora.




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