Storie
impossibili
Racconti di confine
in una finta normalità
Una recensione di
FABIO ZANCHI
Era il 1959. I televisori trasmettevano immagini in bianco e nero. Il colore non era neppure immaginabile, tanto meno il telecomando. Eppure c’erano serie televisive che tenevano incollati allo schermo. Una di queste era “Ai confini della realtà”. Di importazione americana, aveva tra i suoi sceneggiatori uno scrittore come Ray Bradbury, l’autore di Fahrenheit 451. Ogni puntata di “Ai confini della realtà” veniva introdotta dalla lettura di un breve testo. Inquietante: “C'è una quinta dimensione oltre a quelle che l'uomo già conosce; è senza limiti come l'infinito e senza tempo come l'eternità; è la regione intermedia tra la luce e l'oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere: è la regione dell'immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi 'Ai confini della realtà'.”

Dieci storie (quasi) impossibili
di Bruno Olivieri
Dialoghi edizioni
17 euro
Tutte storie impossibili, o quasi. Intriganti. Come quelle che racconta Bruno Olivieri in questa sua raccolta di racconti. Uomo di teatro, e di buona penna, Olivieri ha il gusto dell’imprevisto, che coltiva con sottile e garbato umorismo. A rendere plausibile ogni situazione è l’assoluta normalità dei personaggi. Che vengono descritti con tale familiarità che il lettore li può riconoscere come uno, o una, di noi. Di conseguenza, ciò che accade può sembrare addirittura normale. Quasi normale, come si può capire dall’epilogo di ogni racconto.

Anche l’ambientazione tende alla normalità. È normale, per esempio, il panorama del golfo di Salerno, il belvedere, la discesa verso la città che percorre tranquillo Matteo De Rosa, appena uscito di casa. Lo è altrettanto la nebbia fitta in cui Giorgio si trova a guidare un venerdì sera di metà febbraio, bloccato su un’autostrada padana. Normale, normalissima la sensazione di freddo ai piedi provata da Adelmo Bertocci scendendo dal letto. Così come lo spaesamento dello stesso Adelmo davanti al gigantesco centro commerciale inaugurato una settimana prima. Non sanno, i protagonisti, cosa riserverà loro un destino insondabile e imprevedibile: anche questo rientra nella normalità e li avvicina a tutti noi. Una cosa è certa: tutti avranno a che fare con un’esperienza che va molto al di là del normale. Un salto oltre i confini dell’umano. Vissuto con comprensibile sconcerto, subìto con tranquilla rassegnazione.

Ci sono delle descrizioni esilaranti nelle pagine di Olivieri. Per esempio, nel Capodanno vissuto da Luca, nelle colline dell’Astigiano, tirato per i capelli dalla moglie Gabriella. Lei entusiasta di passare l’ultima notte dell’anno in compagnia “delle sue amiche del cuore con i loro due fidanzati imbesuiti. Lui, di malumore fin dall’inizio del viaggio, per niente contento di raggiungere “una casa in mezzo alle colline, così difficile da individuare e raggiungere”. Con una sola stanza riscaldata, e il resto gelido come può esserlo soltanto una casa di campagna, in pieno inverno, frequentata soltanto per il Capodanno. Lì Luca, nel pieno di una notte insonne, avrà la ventura di vivere un incontro che ricorda la chiacchierata di Jack Nicholson con il barman di Shining. Un Capodanno indimenticabile.

Numerosi, e godibili, i riferimenti letterari seminati qua e là, con naturalezza e divertimento, dall’autore. Si va dal Rabelais rintracciabile in “Essere e non essere” alla struttura del centro commerciale, così somigliante a quella dei gironi infernali danteschi. Oppure a certi racconti di Buzzati. Spiazzante il primo racconto, “Marco e Marcella”, in cui Olivieri affronta un tema complesso come quello dell’identità di genere. Qui il protagonista incontra e dialoga con la propria parte femminile, che si è materializzata un bel mattino proprio in camera sua. Al risveglio. Nell’ora in cui più incerto è il confine della realtà. Quando uno può credere che un elefante possa volare.
La “regione dell’immaginazione” ha ancora tante soprese da regalarci. E Bruno Olivieri pare esplorarla a proprio agio.
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