L'isola
Inaccessibile
Storie di coraggio
ai confini del mondo
Una recensione di
BRUNO MISERENDINO
Mollare tutto e fuggire su un’isola remota. Chi non l’ha mai pensato una volta nella vita: utile un po’ di follia, meglio se accompagnata da una buona carta di credito, ma al giorno d’oggi non è un sogno impossibile. Anzi: la cosa più difficile è trovare un’isola bella e remota che non sia già piena di ricchi pensionati internazionali. Quindi bisogna intendersi sul concetto di remoto. Polinesia, Antille piccole e grandi, Seychelles, Andamane, isole Cook, Papuasia e dintorni, remote lo sono relativamente. Luoghi lontani, esotici, ma anche molto collegati e frequentati. Invece il concetto di remoto assoluto, nella sua accezione geografica e turistica, si attaglia tecnicamente a un solo posto al mondo: l’arcipelago Tristan da Cunha, (dal nome del navigatore portoghese che lo scoprì nel 1509), dominio britannico dell’Atlantico meridionale che detiene il primato indiscutibile e immodificabile di essere il più isolato e lontano da ogni altra isola e continente. Per intenderci: 2700 chilometri da Città del Capo, 3400 da Rio de Janeiro, 2400 dall’isola di Sant’Elena, dove morì Napoleone.

L'isola inaccessibile
di Eric Rosenthal
postfazione di Francesco Moscatelli
traduzione di Elisa Cozzarini
a cura di Valentina Baldelli
Ciost edizioni
28 euro
Non è sconosciuto, visto che il suo primato geografico ha attirato e attira come il miele la curiosità di scrittori, viaggiatori eccentrici e aspiranti Robinson Crusoe. Ma nonostante libri, citazioni letterarie, servizi giornalistici e persino un film dedicato, l’arcipelago dispone di una barriera insormontabile: non ha un aeroporto e nemmeno un vero porto, quindi è di fatto interdetto al turismo normale. Se lo sentite nominare per la prima volta lo individuate solo se prendete un atlante e tracciate una linea immaginaria tra Città del Capo e Buenos Aires. Sono quattro isole impervie di origine vulcanica, di cui una sola, la più grande, è abitata e dà il nome a tutto l’arcipelago: ci vivono 250 persone, discendenti di vecchi navigatori, naufraghi e avventurieri americani, inglesi, scozzesi e, udite udite, italiani. Ci sono solo otto cognomi nella comunità, tra cui i Lavarello e i Repetto, liguri di Camogli che sbarcarono là nell’Ottocento dopo un naufragio. Hanno ospedale, scuola, ufficio postale, internet, chiesa, cibo, animali, e tutto ciò che serve per vivere dignitosamente ai confini del mondo e ospitare i pochissimi visitatori che si affacciano in questi scogli circondati dall’immensità dell’oceano.

Se pensate che sia un paradiso tropicale, sbagliate. Il clima è temperato ma siamo all’altezza dei famosi quaranta ruggenti, dove il vento non incontra ostacoli e le onde fanno paura. Nell’inverno australe, la nostra estate, piove e fa freddo. Per andarci non basta il gusto della scoperta. Bisogna avere poca fretta e tanti soldi. Teoricamente c’è una motonave che assicura i rifornimenti e che parte due volte al mese dal Sudafrica, ma per arrivare impiega sette giorni. La nave si ferma davanti alla costa, poi viene un gommone a prendervi. Se il maltempo fa saltare un paio di corse, l’arcipelago può restare isolato per mesi. Non è da toccata e fuga. Eppure la storia della piccola comunità è affascinante, e negli ultimi tempi l’arcipelago, così in controtendenza rispetto a un mondo dove tutto è raggiungibile e connesso, ha attirato nuova curiosità. Persino da noi, al Salone del libro di Torino, dove è uscita la versione italiana di un volume di diversi anni fa, (“L’isola inaccessibile”, Ciost Edizioni), che è l’incredibile storia di due fratelli tedeschi, Frederick e Gustav Stoltenhoff, che alla fine della guerra franco-prussiana del 1870-71 hanno tentato di impiantare un commercio di pelli di foca, vivendo da soli per due anni su “Inaccesible Island”, lo scoglio più ostico e impervio di questo ostico arcipelago.
Il nome dice tutto: l’isola, grande più o meno come Montecristo e distante una ventina di miglia da Tristan, è di fatto una muraglia di roccia a picco alta 400 metri con due sole spiagge. A nessuno verrebbe in mente di abitarci, e il nome “Inaccessibile” viene dai primi navigatori che la scoprirono senza riuscire a sbarcare. Il libro non è un romanzo, è il riadattamento del diario della folle impresa scritto da uno dei due fratelli, Frederick. Ma ha una forza sorprendente, perché è la cronaca vivida di una scelta che si dimostra disperata, e che si trasforma deliberatamente in una sfida dell’uomo prima con la natura e poi con se stesso. Tecnicamente racconta una sconfitta, visto che i due non riuscirono ad avviare alcun commercio, ma come scrive nella postfazione il giornalista Francesco Moscatelli, che ha scoperto e presentato la chicca letteraria, “la testardaggine di questi fratelli è affascinante, e rende i due protagonisti modernissimi, visto che è ormai raro trovare qualcuno capace di gustarsi la bellezza del fallimento”.

A metà tra i racconti di mare, Robinson Crusoe e i libri di Jules Verne, le descrizioni del progetto, l’approdo su quest’isola dura e inesplorabile, gli stenti, la solitudine assoluta, l’addio, hanno un loro fascino, perché descrivono uno spaesamento volontario, ideato in un momento particolare della vita dei due protagonisti e perseguito con una pervicacia disperata. Certo, tipi strani questi due fratelli che dalla vecchia Europa scelgono di vivere da soli su un’isola sperduta e inospitale. Folli forse, ma non sprovveduti. Nati nel 1847 e nel 1852 da padre tedesco e madre inglese, l’attitudine all’avventura la dimostrano fin da giovani. Il più vecchio dei due, Frederick, dopo gli studi inizia a lavorare come contabile in una ditta di commercio all’ingrosso tessile e viaggia per lavoro, il più piccolo frequenta la scuola navale di Amburgo e subito dopo si imbarca su una nave diretta in Sudamerica. Quando scoppia la guerra franco-prussiana nel 1870, Frederick è chiamato alle armi, si distingue per il suo valore e ottiene il grado di tenente colonnello. Il più giovane, Gustav, ha solo 19 anni, riesce a evitare l’arruolamento e dato che è già all’estero, in Scozia, si imbarca su una carboniera diretta a Rangoon. Lungo l’interminabile traversata la nave prende fuoco e Gustav e altri marinai si salvano approdando, dopo giorni di deriva, su Tristan da Cunha.
È allora che nasce l’idea. Il giovane è costretto a fermarsi per diverse settimane, si innamora dell’arcipelago ed è qui che sente parlare della vicina isola “Inaccessibile” e della possibilità di cacciare le foche e fare commercio di pelli. Quando alla fine della guerra, nel 1871, i due fratelli si ritrovano ad Aquisgrana, scoprono dai racconti della madre che il loro comune amore segreto, una bella fanciulla di nome Hannchen, si sta per sposare con un nobile francese. Loro non sono poveri, il padre gli troverebbe lavoro, frequentano salotti di musicisti famosi, ma vogliono cambiare vita. E così la folla idea diventa progetto, tra i dubbi, comprensibili, dei genitori. La descrizione della partenza è un piccolo affresco dell’epoca. Ritirano in banca i risparmi e iniziano a radunare in casse di legno tutto ciò che servirà: fucili per cacciare, vanga, ascia, pentole, bollitore, fiammiferi, sega, chiodi, scalpelli, semi di ortaggi, viveri conservabili, sei bottiglie di vino, un atlante, un libro di storia naturale, poesie di Schiller e due opere di Shakespeare, una rivista che spiega come fare un pergolato in giardino.

Un amico di famiglia procura loro un passaggio su una nave inglese diretta a Sant’Elena, il padre fornisce dei recapiti a Città del Capo. Nell’isola dell’esilio finale di Napoleone, i due fratelli attendono per mesi il passaggio di una nave per Tristan, in compenso quando la trovano il capitano che li prende a bordo li incita, dicendo che la loro è un’idea fantastica, che “Inaccessibile” è un piccolo paradiso e che ci sono capre, maiali e naturalmente foche in quantità. “Potrete fare una fortuna, quando rientro da questa navigazione vi raggiungo”. Non lo vedranno mai più. Altri tre mesi di oceano a caccia di balene e finalmente ecco all’orizzonte il grande cono del vulcano di Tristan ricoperto dalla neve e, più a ovest, la muraglia paurosa di “Inaccessibile”. Dovrebbero essere felici, invece i volti dei due fratelli fanno intuire la paura dell’ignoto che li attende. Il capitano li consola, poi li sbarca. La baleniera si fa sempre più piccola all’orizzonte e loro capiscono, per la prima volta, che cosa è l’isolamento. Gustav tenta di arrampicarsi per capire cosa c’è all’interno, ma la muraglia di roccia lo respinge, trova un altro passaggio, sale ma non riesce più a tornare sulla spiaggia, così urlando spiega al fratello che dormirà in alto perché sta venendo buio. Frederick si fa una buca per ripararsi dal vento e si tira la coperta addosso.
È la prima notte ed è molto peggio di come avevano pensato: niente cena, freddo, uno distante dall’altro, intorno un nulla accompagnato dall’urlo del vento. Ma poi, lentamente, i due fratelli si adattano a una vita di stenti e di scoperte. Si ingegnano, sono bravi, non perdono il senso del tempo, razionano il cibo quando serve, perlustrano, cacciano e pescano. Il vento e la pioggia distruggono le prime tre baracche, al quarto tentativo riescono a farsi una casetta di legno abbastanza robusta. La arredano. Foche non se ne vedono. Un giorno si accorgono di non essere soli, arrivano degli uomini da Tristan che cercano anche loro le foche. Ma la caccia va male, e se ne vanno irritati per la presenza dei due fratelli su Inaccessibile: “Se pensate di arricchirvi su quest’isola – dicono un po’ minacciosi - rimarrete delusi”. È chiaro che i due giovani tedeschi non sono graditi, ma il fastidio non sfocerà mai in violenza.

La realtà è che i fratelli si sentono padroni dell’isola e all’inizio, nonostante le difficoltà e la scarsità di cibo, sopravvivono felici. Festeggiano il loro primo Natale. Cantano, fanno l’albero, si fanno regali a vicenda. Gustav prepara dei pancake alla brace, Frederick, rovistando nei bauli, regala al fratello un fermacravatte, l’oggetto più inutile su Inaccessibile. Ridono e si abbracciano. “Non riesco a immaginarmi Robinson Crusoe che festeggia il Natale da solo”, dice Gustav. Le foche si fanno vedere solo un giorno, riescono a prenderne diverse, ma hanno difficoltà a scuoiarle e a immagazzinare pelli, carne e grasso. La barchetta che si erano portati, fondamentale per spostarsi e trovare i punti meno difficili per salire all’interno dell’isola, fa una brutta fine. Una mareggiata la danneggia, impiegano un mese per ripararla. Ma non dura a lungo. L’inverno australe è terribile. Fa freddo e i quaranta ruggenti si fanno sentire: dalla casupola osservano le onde paurose cariche di schiuma che vengono da migliaia di chilometri: “Contrastare il vento sulla spiaggia era come attraversare una massa solida”, scrive Frederick nel diario. Il mare si mangia la battigia e un’onda enorme e cattiva si abbatte sulla loro barca, faticosamente ricostruita. Ne vedono i pezzi saltare in aria sugli scogli.
Sembrano spacciati. L’unica buona notizia, recita il diario, è che sono nate le patate che avevano seminato. Brutte e storte, ma buone alla brace. Quanto potranno resistere? Iniziano a chiederselo dopo un anno, quando avvistano un elegante veliero inglese passare vicino, senza fermarsi. Sono prigionieri. Eppure è qui che l’avventura prende un’altra piega. Il commercio, l’idea ingenua di arricchirsi con le pelli delle foche, è sfumata, vivono di patate, sono magri e sporchi, litigano, anche se poi fanno pace. Ma vogliono restare sull’isola. Perché? “Una questione d’onore”, si lascia sfuggire nel diario Frederick. È diventata una sfida, una lotta con la natura e loro stessi. Quando le riserve stanno per finire, li salvano i pinguini, che tornano a deporre le uova. È una scena cruda, i due fratelli camminano pericolosamente sugli scogli gelidi e bagnati, e si avvicinano ai nidi, resistono alle beccate rabbiose degli animali, tornano sanguinanti ma con un canestro pieno di uova che li salva dalla fame. Le pagine del diario dedicate all’osservazione dei pinguini, all’amore della cova e al ricongiungimento delle coppie, sono bellissime eppure ora, con rammarico, i due non possono che far valere la legge spietata della sopravvivenza.

Chiunque penserebbe a fuggire ma quando dopo altri mesi di stenti si avvicina un’altra nave che offre un passaggio per Tristan o Città del Capo loro dicono no. Capitoleranno alla fine del secondo anno. Con filosofia: “Non abbiamo fatto un soldo con le pelli di foca – scrive Frederick - abbiamo letto tutti i libri che avevamo, siamo senza cibo e oserei dire che a questo punto Hannchen (la donna dei loro sogni ndr) se ne sarà andata e avrà sposato qualcun altro. Cosa dovremmo fare?” “Quello che avremmo dovuto fare circa due anni fa: andarcene da qui”, risponde il fratello. È la sconfitta, ma addolcita da quella grande nave di ferro, militare, che getta l’ancora davanti alla loro capanna. Sono ricercatori ed esploratori che si meravigliano per la loro resistenza, che diventerà primato, su un’isola così inospitale, leggono con interesse le pagine dei due fratelli dedicate all’osservazione del tempo e degli uccelli e avanzano una proposta: “Vi portiamo a Città del Capo, non possiamo dedicare a voi l’isola, perché ha già un nome sulle mappe, ma c’è un isolotto qualche miglio più a est, gli metteremo il vostro nome”.

È così ancora adesso, si chiama isola Stoltenhoff. Se l’arcipelago più remoto del mondo vi incuriosisce, non vi preoccupate. Tristan è impervia come Inaccessibile, ma un po’ più grande e nella capitale vi ospiteranno volentieri molte famiglie dell’isola. In caso di permanenza forzata c’è anche una foresteria. Quanto ai fratelli Stoltenhoff, Frederick tornerà a fare il contabile ad Aquisgrana, Gustav cercherà Hannchen ma il corteggiamento non avrà successo. Riprenderà il mare, girando il mondo sulle navi mercantili.
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