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Il potere
e la follìa


Racconti di donne
nelle mitologie familiari

Una recensione di
GABRIELLA DI LELLIO

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Il nuovo libro di Nadia Terranova è una storia privata che affronta il tema della follia nella sua famiglia, e l'urgenza di non passarla alla figlia. Uscito in libreria il 14 gennaio, “Quello che so di te”, (Guanda Editore, Collana Narratori della Fenice, 272 pag. 19 euro) è un racconto personale, un dialogo col passato sull’importanza della memoria per riflettere sul presente. Come afferma la scrittrice messinese, “la memoria è una questione di futuro.”

Il romanzo è un lavoro di scavo dentro una storia di silenzi che parla di salute mentale e patriarcato, una scrittura autobiografica in cui si intrecciano costellazioni familiari e interrogativi sulla maternità, senza offrire risposte.

‘Uno strano potere’ è il titolo della prima parte del romanzo, con una citazione di Virginia Woolf: “C’è nella maternità uno strano potere”, per spiegare che l’amore tra madre e figlia non è un fatto solo di gioia ma anche di difficoltà che la scrittrice racconta attraverso le antenate. Anche i padri ci sono, con tutto il loro carico di fragilità.


Quello che so di te

di Nadia Terranova



Guanda edizioni
19 euro

La storia inizia con una giovane donna di fronte alla figlia appena nata. Una bambina rannicchiata dentro una culla, una madre si sporge per guardarla e ne osserva i lineamenti e le espressioni. Mentre la madre accarezza la guancia di sua figlia, ha una sola certezza: non potrà più permettersi di impazzire. Un’auto-narrazione che inizia con un sogno, un fantasma e una macchia che non va via, ambientato nella Sicilia del ‘900 e nella Roma di oggi.

Il pericolo che la madre paventa è subdolo. È la follia che pesa e che è collegata alla sua famiglia. Non è un pensiero astratto, è Venera, un nome inventato per la bisnonna, morta sette anni prima della sua nascita. Poco meno di cent’anni prima fu internata in manicomio dopo un incidente in cui perse la figlia che portava in grembo. Era nel ‘Mandalari’, l’ospedale psichiatrico di Messina chiamato con il nome del suo fondatore, Lorenzo Mandalari, patriarca della struttura, in una di quelle stanze da dove arrivavano i lamenti degli altri pazienti.


(La matricola di internamento di Venera)

Il verdetto era 'psicosi istero-nevrastenica', nel dialetto messinese, scantàta (psicotica), scattiàta (isterica) e strèusa (nevrastenica) tre parole mai usate dalla famiglia, che preferì circoscrivere la diagnosi in esaurimento nervoso.

Non è mai stato chiarito il motivo di quella permanenza che, dopo le indagini, si scopre essere stata di undici giorni, sufficiente a creare una cesura nell’esistenza della bisnonna.

Venera ha sempre avuto un posto speciale nei sogni della protagonista e la sua storia, dimenticata eppure collettiva, ha a che fare con tutti i figli. Ora, con una bimba sotto la spada di Damocle della pazzia, urge comprendere fino in fondo quella triste epopea. Per scoprirlo è fondamentale interrogare la Mitologia Familiare, che mente e trasfigura ogni episodio, raccontando la sua versione della storia, come fosse un personaggio. Per questo viene scritto con la lettera maiuscola. La Mitologia Familiare non riferisce l’anno preciso dell’internamento, forse il 1929. Capire quanto sia attendibile è compito di chi legge.


(La diagnosi)

“La Mitologia Familiare equivale per me al coro greco” spiega l’autrice -. “Venera non coincide con una singola voce, ma con l’insieme di tutte quelle voci che ci portiamo dietro: in famiglia si dice che…”

La Mitologia Familiare ricorda con vaghezza che Venera aveva tre bambini, che la maternità l’affaticava e che il ricovero era stato deciso dal marito, un uomo così alto che per il servizio di leva era stato chiamato fra i granatieri. Lo stigma della pazzia attraversa più di tre generazioni: passa da sua nonna, sua madre e da lei stessa, per sangue, come una macchia sul viso. Un viaggio fisico e mentale per affermare che, spesso, per trovare le risposte, non basta ritornare sulla propria vita, ma anche su quelle di chi ci ha preceduti nella genealogia familiare.

“Dentro le storie di famiglia” - afferma la scrittrice - “spesso è difficile stabilire certezze, perché vengono da decenni di omissioni, falsificazioni e dimenticanze, più o meno innocenti, e allora la verità è quella che metti insieme ricostruendo i pezzi e che poi ti racconti per sopravvivere. Nel mio caso ho trovato documenti che smentivano anni di leggende inverate nell’oralità, quasi come fossero fiabe per i posteri.”

Terranova parla di genogramma facendo riferimento alle teorie psico-genealogiche di Anne Schützenberger, secondo le quali siamo influenzati da tutte le informazioni racchiuse nell’esperienza del sistema familiare a cui apparteniamo: l’inconscio familiare collettivo. Le teorie della psicoanalista non propongono genealogie legate solo a legami di sangue, spinge a concentrarsi sulle associazioni e le intuizioni che si possono fare in un preciso momento del tempo e che possono spaziare in rami della famiglia che non sono consanguinei.


(Nadia Terranova)

Questo viaggio a ritroso è pieno di figure emblematiche. Le donne e gli uomini della famiglia mostrano un forte coraggio con lo scopo di chiarire il presente e il futuro in preda a una crisi d’identità. Lo fanno attraverso la sfida di ritornare a Messina, dove la bisnonna è stata internata, cercando tra le memorie tramandate e i responsi della psichiatria.

Tra i personaggi magici che sostengono la protagonista nella ricerca della verità c’è il dottor Cavallo, che la protagonista cerca su internet e che vede in sella a un destriero con un cappello da cowboy; colui che ha diretto il centro diurno “Camelot”, l’evoluzione del manicomio dopo la legge Basaglia, liberando gli spazi dai cattivi odori e introducendo l’ippoterapia.

Ci sono poi la dottoressa F, direttrice del centro, che presiede la digitalizzazione degli archivi del manicomio e il Professionista Umano, lo psichiatra che aiuta la protagonista a destreggiarsi tra le definizioni del DSM, il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali, nel tentativo di capire come queste diagnosi fossero state fatte e che tipo di terapie avessero comportato.

Il libro parla della vita e della morte, è un diario di lettura e di analisi minuta sulle malattie del corpo e della mente. Un viaggio in solitaria in cui l’autrice viene sostenuta, da aiutanti e dal marito, nel maneggiare un materiale che pesa, ma non sul lettore per la capacità di tenuta della scrittura.


(Nadia Terranova a una presentazione del libro)

Terranova si è posta il problema di come lavorare “perché la maternità qualcosa cambia: vedo qualcosa in più, ma di qualcosa faccio a meno. Perché c’è una persona che non voglio distruggere, neanche sulla carta: si distruggono i padri, in fondo anche le madri, ma non si possono distruggere i figli neanche sulla pagina.”

È il resoconto dei fatti e dei pensieri di una coppia, Terranova e suo marito, all'arrivo della prima figlia. Sarà unica perché la madre non ha più vent'anni e il padre ama l'idea del figlio unico. Nadia Terranova ha pensato a quando sua figlia lo leggerà.

“Lo interpreterà come vorrà, non abbiamo mai il controllo delle reazioni degli altri, l’ho imparato dai libri precedenti. Però ho la sensazione di aver fatto il mio dovere, di aver dato parole a un pezzo di storia che rischiava di restare nebulosa e faticosa. Ho dovuto ricostruire tutto: la malattia di mio padre; il fatto che la mia bisnonna fosse stata in manicomio… Questo carico a lei l’ho alleggerito.”




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