Ragionieri
del suicidio
Vivere e morire a Ladispoli
Una recensione di
ROBERTO ROSCANI
Ogni anno, ogni singolo anno, quattromila persone in Italia si uccidono. E visto che la possibilità di successo di un suicidio non è poi così alta, vuol dire che almeno il doppio, il triplo ci provano. Una delle prime regole che si apprendono da cronisti è che i suicidi non sono una notizia. I giornali li ignorano, a meno che non avvengano in maniera eclatante (e persino chi si butta sotto un treno della metropolitana non merita che una citazione, lasciando più righe ai disagi che ha provocato bloccando i viaggiatori) o non riguardino giovanissimi. L’Istat calcola solo chi si uccide sopra i 15 anni.
Esiste una complessa (ma non aggiornata) statistica dei suicidi e dei modi in cui ci si da la morte: impiccagione gli uomini (poi col crescere dell’età cresce anche l’uso di un’arma da fuoco e la diffusione delle pistole, accompagnata da regole blande o addirittura assenti, spinge in quella direzione). Le donne usano maggiormente i farmaci e per questo si salvano più degli uomini. Col crescere delle depressioni gravi, con le nuove solitudini, crescono anche i suicidi e probabilmente l’esperienza della pandemia e l’isolamento che si è portata dietro si sta facendo sentire.

Ci sono molti modi
di Valerio Valentini
Readerforblind edizioni
17 euro
Una bellissima ricerca del New York Times di qualche giorno fa (https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/09/upshot/covid-lockdown-five-year-charts.html) mostrava come con il Covid 19 siano cresciuti esponenzialmente negli Usa il consumo di alcolici, la quantità di tempo passata dentro casa, l’abbandono dei trasporti pubblici per quelli privati, il lavoro autonomo e quello svolto nella propria stanza, gli acquisti on line, mentre sono diminuiti seccamente i matrimoni, sono aumentate le persone disabili e il numero dei morti. Quello che il NYT non scrive è che i suicidi nel 2022 sono arrivati alla cifra record di 49mila. E si tratta di dati che indicano tendenze strutturali che persistono nel tempo anche ora che la pandemia è lontana.
Siamo abituati a pensare ai sucidi in termini etici - in un modo o nell’altro, vista da una parte la lunga tradizione cattolica che rende questo gesto un peccato insanabile e invece la cultura laica che da tempo chiede una legge sul fine vita, che non può non prevedere una assistenza a chi vuole porre termine alla propria esistenza. O a giocare mediaticamente sulle emozioni quando – ce lo dice la cronaca di questi giorni – a uccidersi è un ragazzo che magari scambia il suo dolore sui social media e finisce per esser indirizzato verso la morte da qualche altro ragazzo che scambia il mondo fasullo della rete per quello reale.
È una premessa troppo lunga per parlare di un libro, davvero interessante, scritto da Valerio Valentini, poco più che quarantenne romano (ma che vive da tempo in provincia, a Ladispoli) e intitolato “Ci sono molti modi” (edizioni readerforblind, 17 euro, 270 pagine). Ma con il libro la premessa c’entra. Valentini infatti racconta di Riccardo e del suo “lavoro”. Riccardo è – per usare una parola di moda – un consulente: scopre, vivendoci accanto, guardandoli mentre prendono un caffè, mentre passeggiano senza più un sorriso, chi ha intenzione di uccidersi e spiega loro quali sono i sistemi migliori per farlo. No, non spinge nessuno, non lo aiuta a compiere il gesto, semplicemente lui sa come si fa: da che altezza buttarsi, quante pasticche prendere per esser sicuri di morire.
Riccardo si fa pagare, non prova odio o pena per queste vite che vanno a spegnersi, mantiene una distanza senza esprimere giudizi su di loro né affettivi né etici E neppure su sé stesso. Riccardo è un naufrago. Ha una trentina d’anni, si è visto sfuggire la famiglia, ha perso la ragazza che amava, ha perso – alla nascita – anche un fratello gemello che è convinto di aver ammazzato lui. Ma tutto questo, che potrebbe apparire lacerante e drammatico, è vissuto e narrato ad una temperatura emotiva bassissima. Prevalgono i piccoli gesti, l e abitudini minuscole, vive quasi sempre chiuso nella casa di Ladispoli che la zia gli permette di occupare mentre lei è a Londra.
I personaggi vivi del romanzo sono tutte donne: la zia che era una ribelle un po’ hippy in gioventù, l’ex fidanzata Valeria che torna soltanto per dire a Riccardo che si sta per sposare, una ragazza coi capelli rossi conosciuta in un bar e che sembra ridare per qualche pagina un po’ di vita anche al protagonista. E poi c’è Annalia, una vecchia signora che ha conosciuto per caso e che abita nell’appartamento accanto a quello che a Roma ha sua zia vuoto. Annalia è insieme una donna che si sente al capolinea e una donna ancora ricca di passioni.

Il romanzo, che a un certo punto sembrerebbe prendere una piega diversa, viene riportato alla gelida cupezza con cui era cominciato. Annalia convince Riccardo a non fuggire e ad assistere al suo suicidio, la zia fa esplodere la sua depressione proprio in una notte di tregenda in cui un nubifragio allaga Ladispoli e entra anche nella casa di Riccardo. Colpiscono in Valerio Valentini (poco più che quarantenne come ricordavamo, e al suo primo romanzo dopo molti racconti) il controllo della scrittura, il tono freddo con cui costruisce il personaggio di Riccardo e le sue povere vicende. E anche il modo di raccontare questi luoghi in cui lui vive. Ladispoli, un piccola città sul mare con la sua sabbia nera tipica di questo tratto di litorale, che sembra consumata da una specie di degrado. Si legge persino il rimpianto dei tempi in cui la gente veniva da Roma per andare al mare, quegli stabilimenti già malmessi, quella confusione diremmo a Roma da “fagottari”, delle famiglie che vanno in spiaggia con l’ombrellone e i panini nei borsoni.
Eppure quella spiaggia, quegli stabilimenti sono stati il teatro del dramma che sembra essersi impresso sulla vita di Riccardo adolescente: qui, mentre dietro le cabine mezze abbandonate e maleodoranti stava per far l’amore per la prima volta, viene fermato dalle grida dei ragazzi che lo spingono ad andare a vedere lo “spettacolo” di una persona impiccata ai tubi arrugginiti delle docce. Quasi a voler mostrare com’è sottile e poroso il confine tra amore e morte.
Un libro interessante, una voce originale. Una casa editrice nuova – anch’essa “di provincia” come collocazione geografica ma non per catalogo, dove vengono recuperati scrittori semidimenticati e testi anomali come quelli di Lowry, di Leone Ginzburg, di Piero Gobetti o titoli come “Cristo fra i muratori” di uno scrittore operaio italo-americano come Di Donato – nata dall’esperienza di una rivista letteraria e che viaggia tra riscoperte e novità assolute.
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