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Dire addio
a Freud


Illusioni e delusioni
di una psicoterapeuta

Una recensione di
ROBERTO ROSCANI

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Certamente non può essere un lapsus questo titolo: “Freud. Illusioni e delusioni”. Di regola una delusione è preceduta da una speranza, da una attesa. L’illusione, proprio perché è un errore di valutazione, porta necessariamente ad una delusione. Il bel libro di Maria Chiara Risoldi è il racconto del suo lungo viaggio all’interno del mondo della psicoanalisi: un percorso che l’ha condotta a questa professione, all’iscrizione alla SPI, la società Psicoanalitica Italiana di stretta osservanza freudiana.


Freud. Illusioni e delusioni

di Maria Chiara Risoldi



Armando editore
15 euro

Il libro si può leggere in due modi: una valutazione attenta e “scientifica” (le virgolette sono rispettose e non ironiche, visto che la definizione dei metodi psicoanalitici come scienza è delle questioni dibattute da sempre) del suo contenuto come fa, all’interno dello stesso volume (pubblicato da Armando editore), la postfazione di Daniela Scotto di Fasano, anche lei analista oltreché amica dell’autrice con non pochi battibecchi disciplinari, una analisi puntuta delle frasi e delle parole. Oppure come abbiamo fatto noi da lettori curiosi ma non specialisti.

Allora una premessa dovuta: Maria Chiara Risoldi prima di essere una psicoanalista (e comunque in coincidenza col suo percorso verso quella professione) ha avuto una parabola professionale parallela alla mia. L’iscrizione al Pci, il lavoro politico, l’arrivo al giornalismo attraverso “Città futura”, rivista della Federazione giovanile comunista e poi a Rinascita, settimanale fondato da Palmiro Togliatti. Io – da anni all’Unità – sono arrivato a Rinascita nell’89 un anno dopo che lei l’aveva lasciata per “cambiare mestiere”.

Quello che mi ha colpito è una coerenza interna alle sue scelte (e forse anche ai fallimenti e alle delusioni). Chiara Risoldi parla di una sorta di appartenenza a due chiese (il Pci e la SPI) dalle quali ha faticato a liberarsi. Il Pci non c’è più – ormai da tanto tempo – la SPI è ancora là ma l’adesione di Chiara alle idee di Freud e ancora di più alle “tecniche” e alle prassi analitiche è nel tempo sbiadita fino a diventare in qualche modo una contrapposizione.


(Il Museo Freud a Vienna)

È anche curioso il modo in cui avviene il distacco da una “vita” all’altra. Chiara lo legge come il desiderio di passare da una posizione di osservazione delle cose del mondo (il giornalista come commentatore o raccontatore della realtà, l’analista come qualcuno che è in grado di aiutare a cambiare le cose), ma è visibile anche la spinta di un dolore, di una sorta di dubbio legata ai “conti” con la propria infanzia e soprattutto con una madre “modello” di cui inizialmente aveva addirittura seguito le tracce. Sì, perché oltre alle due vite – giornalista e psicoanalista – ce n’era stata un’altra ancora come bibliotecaria (prima a Modena, quindi a Bologna e poi alla Nazionale di Roma) – ricalcando la professione in cui la madre si era distinta. Questo rapporto con la madre, con l’impossibilità di essere all’altezza delle sue attese, punteggia tutto il libro e la vita – possiamo dire privata e professionale – dell’autrice.

Anche a un lettore non specialistico comunque balzano agli occhi nel racconto di Risoldi le molte “pieghe” che ha avuto la sua storia: da una felice iniziale esperienza nella scuola di Giovanni Bollea a Roma presso l’istituto di via dei Sabelli di psichiatria infantile “tempio della scuola winnickottiana” alla scelta – contraddittoria e poco felice - di proseguire gli studi a Roma e Milano presso il prestigiosissimo centro fondato da Melanie Klein: quasi “il diavolo e l’acqua santa” nell’approccio all’analisi dei bambini e delle loro dinamiche psichiche.


(immagine dal Museo Freud)

Allo stesso modo il percorso di analisi vissuto da paziente, prima ancora che da analista in formazione, passato da “mani” diverse con approcci e comportamenti radicalmente lontani. E il libro fornisce molto materiale per comprendere questi diversi metodi e il segno che essi lasciano nell’autrice.

Nasce da queste esperienze l’allontanamento da Freud e “l’illusione e la delusione” del titolo. Da profano ho sempre guardato al grande viennese con un occhio culturale e non scientifico e in questo senso la grandezza di Freud è perfettamente comprensibile, avendo i suoi studi e i suoi scritti non solo formato generazioni di psicoanalisti ma anche influito sul modo di sentire l’uomo e la realtà di scrittori, intellettuali, filosofi e infine anche il senso comune del pubblico. Con lui - anche con i conflitti che si sono generati sulle sue idee e sulle mille strade prese dalla psicoanalisi – un pezzo della percezione della modernità si è formata. Ma è evidente che per chi invece la vicenda psicoanalitica l’ha percorsa dall’interno questo non basti.

Se Maria Chiara Risoldi ha vissuto dentro due “chiese” questo libro lo illustra molto bene. Come mostra benissimo che di queste chiese si è liberata (con grande fatica e anche con dolore se pensiamo a quella freudiana), continuando però a stare dentro gli ideali di servizio del prossimo e di aiuto che evidentemente ve l’avevano condotta. Così l’esperienza accanto alle colleghe bosniache durante la guerra dei Balcani, appena accennata nel libro, ma di grande spessore e importanza nel percorso umano dell’autrice, è insieme un segno di liberazione dagli schemi ma di continuità nelle idee.




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