Il 2025 cancella un altro protagonista importante della favola della pandemia, lo smart working. Prima è scomparso dalle norme nazionali che dal primo aprile del 2024 lo hanno demandato agli accordi aziendali. Poi, a partire da quest’anno, è stato abolito o comunque fortemente limitato da moltissime aziende, nonostante le proteste dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici.

Quel “Nulla sarà più come prima” che è stato ripetuto come un mantra per tutto il periodo dell’emergenza pandemia ormai suona come un “E vissero felici e contenti”: una frase buona solo per concludere una storia, sorvolare sulle sue reali conseguenze e passare velocemente ad altro. Certo pochi ruoli sono stati cosi fraintesi, male interpretati e peggio ancora diretti come quello del “lavoro intelligente”, ma sembrava che comunque fosse passato il concetto di una flessibilità utile anche ai dipendenti. E invece no. La via post-pandemica al “remote working”, cioè il lavoro svolto da un’altra postazione (non necessariamente da casa) grazie alle tecnologie, è stata segnata fin da subito da due preconcetti: il lavoratore che non è guardato a vista dal capo non si impegna come dovrebbe; il lavoro che si svolge da casa deve essere esattamente lo stesso che si svolge in ufficio.
Eppure basterebbe aver lavorato un solo giorno in un qualsiasi ufficio, pubblico o privato, per sapere che i fannulloni ci sono a prescindere dalla presenza del capo e che pure i capi lo possono essere. Ma tant’è, basta collegamenti da casa. Il fenomeno non è solo italiano. Come ha sintetizzato in un recente titolo QuiFinanza.it: “Stop allo smart working in Europa, le grandi aziende vogliono i dipendenti in ufficio”. E nel sommario: “Nel 2025 le grandi aziende dicono addio allo smart working: migliore organizzazione del lavoro, ansia da controllo o stratagemma per indurre i dipendenti a licenziarsi?”.

Buone domande. Di certo se si pensava che il problema fosse la scarsa alfabetizzazione digitale dei manager delle piccole come delle grandi imprese nel mondo, ci ha pensato Elon Musk a fugare ogni dubbio. Ha cominciato nel 2022 a minacciare il licenziamento per i dipendenti che non avessero accettato il rientro in ufficio. Ora anche Amazon, attraverso il suo ceo Andy Jassy, fa sapere di ammettere l’home working solo in casi particolari e da concordare di volta in volta. Donald Trump, il presidente più amato dai big dell’high tech, ha già annunciato che i dipendenti pubblici dovranno tornare in ufficio a tempo pieno. In Gran Bretagna, dove il 28% dei lavoratori si è abituato al modello ibrido casa-ufficio, oggi ci si chiede se abolire del tutto questa possibilità o permetterla solo per pochi giorni. E in Germania sono tornate sui loro passi aziende come Deutsche Telekom e Volkswagen.
Secondo la rivista economica Fortune, le aziende non sono disposte a vanificare gli enormi investimenti fatti sulle loro sedi per avere spazi adeguati e pretendono che i lavoratori li utilizzino. Altri analisti sottolineano invece come il richiamo all’ordine sia una mossa per ridurre il personale, un incentivo alle dimissioni di chi non gradisce il ritorno alla vecchia routine.

In Italia il quadro è complesso. Ha detto basta al lavoro da casa per esempio il gruppo Unipol, ma il dato interessante è un altro. Secondo Eurostat siamo stati uno dei paesi più veloci a dismettere questa modalità lavorativa. Dopo un balzo iniziale dovuto all’emergenza, già nel 2023 potevamo contare solo sul 4,4% di lavoratori “smart” contro una media europea del 9. Ma non tutto è perduto. Lo dicono altri dati e studi specifici sul mondo del lavoro italiano. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano possiamo parlare di un fenomeno ormai in sostanziale consolidamento. “A livello nazionale i lavoratori da remoto sono circa 3,55 milioni, in leggera riduzione rispetto ai 3,58 milioni del 2023. Nonostante il venir meno degli obblighi di legge, si tratta di un numero in lievissima flessione (-0,8%) rispetto al 2023. Se poi guardiamo alle stime per il 2025 da parte delle organizzazioni troviamo una previsione di crescita degli smart worker in tutti i comparti. Possiamo quindi affermare che il 2024 non segna affatto il termine dello smart working, ma piuttosto la fine di un malinteso, e la prova che, al di là di obblighi di legge, tale modello di organizzazione del lavoro è da considerarsi affermato”.
I dati in sostanza dicono che lo smart working cresce nelle grandi imprese arrivando a quasi due milioni di lavoratori (1,91 milioni, +1,6% sul 2023), cala nelle piccole e medie imprese (da 570mila a 520mila) e resta sostanzialmente stabile nelle microimprese (da 620mila a 625mila). Ma il dato più interessante è rappresentato dalle pubbliche amministrazioni. Le PA che hanno proposto modelli di Smart Working nel 2024, si legge ancora nel rapporto, “sono il 61% del totale, dato identico a quello dello scorso anno, con un’incidenza maggiore in quelle più grandi. Nel settore pubblico nel 2024 si stimano 500 mila lavoratori da remoto, pari a poco meno del 16% del totale, 15.000 in meno rispetto al 2023, segno che l’effetto del venir meno degli obblighi legati ai lavori fragili è stato marginale. Per il 2025 le Amministrazioni non prevedono affatto una riduzione, al contrario le analisi basate sulle intenzioni espresse dagli intervistati portano a stimare il superamento dei 600.000 lavoratori, con un aumento del numero degli smart worker di oltre il 20%”.

Difficile dire se il pubblico ha realmente compreso che lo smart working può essere la strada per affrontare questioni come il turnover generazionale, il benessere dei lavoratori o la sostenibilità ambientale. O che investire su questo modello potrebbe essere la chiave per modernizzare gli uffici, attrarre giovani talenti e migliorare l’efficienza. Di certo per una volta appare più avanti di tante imprese private che si raccontano con un piede già nel futuro.