Sono convinto che per l'Europa si aggiri uno spettro. Anzi, forse più di uno. Alcuni giorni fa il Presidente di Stellantis, John Elkann (chissà perché non si chiama Giovanni,come suo nonno), ha incontrato il fiore della nostra classe politica. Sicuramente si sono scambiati saluti, lamentele, progetti, visioni e quant'altro per poi, rispettivamente, tornare alle proprie faccende, al proprio business. Ed ecco un primo spettro: mentre in Europa, tra guerre, autocelebrazioni, discussioni su progetti, litigi diplomatici,isolamenti e fughe in avanti e rapporti visionari commissionati per scopi demagogici si fatica a definire un accordo su come procedere sulla qualunque, a Pechino avvengono fatti su cui pochi in Europa stanno riflettendo, ammesso che ne siano al corrente. Ed è proprio per questa disattenzione, o forse approssimazione strategica, che lo spettro si aggira senza ostacolo e penetra in ogni crepa del tessuto economico del vecchio continente, in modo quasi impercettibile ma sicuramente destabilizzante.
Il settore auto del mondo occidentale è in crisi. E lo è per motivi politici. Una crisi con origini endogene e non esogene. Non perché manca il carburante o l'acciaio ma perché si è deciso il contrario, di non usarne più e di salvare il pianeta ricorrendo a energia "pulita". Ora, al di là delle intenzioni lodevoli, mi sembra, ed è sotto gli occhi di tutti, che il modo in cui si è deciso di proseguire sia stato, e sia, fallimentare. Per salvare il mondo del futuro stiamo rovinando quello di oggi. Le case automobilistiche europee stanno licenziando a go go e chiudendo fabbriche. Quelle americane non stanno tanto meglio, sebbene il cambiamento di rotta nella politica energetica del neopresidente Trump potrebbe dare maggiore respiro ai marchi nazionali, noti per i modelli assetati di gasolio o benzina come i cammelli di acqua nel Sahara. Il Cavaliere Visionario, Elon Musk, sta attraversando una zona di turbolenza, con vendite delle sue Tesla in calo ovunque, sia per un ostracismo ideologico di una fetta degli acquirenti (passati ma anche i potenziali) sia per l'avanzare di più concorrenti, neanche a farlo apposta, dalla Cina.

Ed ecco il secondo spettro. Su queste pagine abbiamo più volte trattato della superiorità della Cina nella fabbricazione di veicoli elettrici, sia nelle componenti che nella tecnologia produttiva. Abbiamo segnalato il dominio esercitato dalla Cina nelle “supply chain”, dall'approvvigionamento delle materie prime alla successiva lavorazione e commercializzazione. Abbiamo anche espresso l'opinione che più l'Occidente cerchi di contrastare l'avanzata cinese nei mercati propri con dazi o altre forme di barriere protezionistiche e più si consoliderà il loro dominio globale, soprattutto tecnologico. Risultato?
Uno dei criteri di valorizzazione di un'azienda è la sua 'capitalizzazione' o valore di mercato delle azioni in circolazione. Il calcolo è molto semplice: si moltiplica il numero di azioni in circolazione per l'ultimo valore del titolo azionario. Il valore dell'azienda, quindi, varia di giorno in giorno, ed è così che si crea la classifica degli individui "più ricchi" e come essi passano dal più ricco al meno ricco nel giro di pochi mesi. Prendiamo una società cinese già nota in Italia (vi sono pubblicità in giro sui nostri media), chiamata BYD. Producono auto elettriche. E ne producono tante. Ma soprattutto le vendono. E pure tante. La capitalizzazione di BYD di pochi giorni fa ha toccato i 166 miliardi di dollari,più delle capitalizzazioni di Ford (39 miliardi), General Motors (57 miliardi) e Volkswagen (59 miliardi)messe insieme. All'inizio del 2024 la capitalizzazione di BYD era di 71 miliardi di dollari. Tutti si domandano quanto tempo occorrerà a BYD per raggiungere il colosso giapponese Toyota, che ha una capitalizzazione che supera i 255 miliardi di dollari, e stando all'annuncio di pochi giorni fa di BYD credo che si possa dire con ragionevole certezza che non manca molto.
Ma c'è una grande differenza tra gli annunci di stampo europeo e un annuncio cinese. BYD sta installando nelle nuove vetture (notate bene: 'sta installando' e NON 'vorrebbero presto installare') batterie che si ricaricano in 5 minuti! La prestazione di una batteria d'auto si misura anche in chilometri per il tempo necessario per la ricarica. Quindi la prestazione di una batteria di una vettura che percorre 600 km per una ricarica di 10 ore è di 60 km per ora di ricarica o 1 km per minuto di ricarica. Da dati riportati da Bloomberg, la nuova batteria BYD è in grado di percorrere 400 km con una ricarica di 5 minuti, ovvero 80 km per minuto di ricarica. Quelle della Mercedes consentono di percorrere 325 con 10 minuti (ovvero quasi 33 km per minuto) e la Tesla 275 km in 15 minuti (poco più di 18 km per minuto). Stiamo parlando di una superiorità schiacciante, che consentirà una strategia di vendita allargata, dai più sensibili al prezzo ai meno sensibili sul prezzo ma di più sui tempi di ricarica (i più riluttanti ad abbandonare il veicolo a carburante tradizionale). Il problema è che in Europa e in Occidente si era convinti di una transizione ecologica fluida,facile, incoraggiante e futuristica senza però fare i conti con la realtà, addossando, prima alle case automobilistiche e, di conseguenza, sulla società i costi di un sogno divenuto incubo.

E la crisi del settore, indotto compreso, è palese. Si parla di ridefinire la strategia senza sapere però come. Ed ecco il terzo spettro. Ricordate il Piano Marshall, ovvero l' “Europe Recovery Plan” con cui si ricostruì il vecchio continente dilaniato dalla Seconda Guerra Mondiale? Il ragionamento alla base del piano era che la sicurezza nazionale degli USA dipendeva anche dalla stabilità economica e politica dell'Europa; e per questo furono destinati oltre 13 miliardi di dollari (di allora) per la ricostruzione, dati sotto forma di prestiti agevolati agli Stati o anche in modo diretto per investimenti di varia natura. (La stretta alleanza con gli USA fu alla base poi della formazione della NATO nel 1949.) La visione profetica del nostro Mario Draghi ha sottolineato la necessità per l'Europa di investire nella difesa, tecnologia e produttività. Provare a mettere d'accordo tutti a Bruxelles sarà un'impresa titanica. La stessa che interessa l'Europa ecologica.
La catena delle interdipendenze è piuttosto lunga. E se aprissimo la porta al “nemico” e ce lo facessimo amico? La Cina, ormai da anni, gode di un avanzo nella bilancia dei pagamenti a dir poco stratosferico.Detto semplicemente, incassa dal mondo più di quanto spende in acquisti dall'estero,creando un flusso di denaro, stipato nelle casse centrali, che ogni giorno aumenta. E così Pan Gongsheng, Governatore della Banca Centrale delle Repubblica Cinese, ogni giorno del 2024 tornava a casa dal lavoro felice di aver incassato circa 2,7 miliardi di dollari più di quanti ne aveva spesi. Il suo avanzo nel 2024 ha superato i 950 miliardi di dollari. Da buoni pianificatori, anzi strateghi (forse è meglio chiamare le cose con il loro vero nome), a un convegno tenutosi nell'ottobre 2024 dal titolo emblematico "80 anni dopo Bretton Woods", uno dei consiglieri della Banca Centrale della Cina, Huang Yiping, ha presentato una proposta che il mondo dovrebbe prendere seriamente in considerazione, che ha preso il nome di "Green Marshall Plan.", Un progetto che dirotta il considerevole surplus commerciale e la sovracapacitàproduttiva cinese nell'industria della sostenibilità (batterie, pannelli solari etc) verso i paesi meno sviluppati, sia con finanziamenti agevolati per la creazione di infrastrutture sia con investimenti diretti.

È indubbio il beneficio che il pianeta otterrebbe sul piano ecologico. Un vantaggio che porta anche effetti positivi, economici ed industriali, nei paesi interessati, che a loro volta porterebbero anche vantaggi nei rapporti internazionali. Va aggiunto un risultato, quasi occulto, che si realizzerebbe sul piano finanziario, e che potrebbe,anzi dovrebbe, interessare anche gli USA e l'Europa. Il dirottamento degli ingenti surplus commerciali darebbe alla valuta cinese una diffusione internazionale straordinaria, rendendola un mezzo di scambio globale alla pari del dollaro USA, con l'effetto di alleggerire la domanda per la valuta USA consentendo una svalutazione del dollaro, che, a sua volta, darebbe una spinta all'economia americana in linea con il MAGA di Trump. Tra i tanti benefici trasversali, l'Europa potrebbe, a sua volta, fare progressi sul proprio piano di transizione ecologica ed uscire dall'impasse in cui si trova. Visto l'interesse cinese nella questione, il progetto, sebbene annunciato sei mesi fa, è probabilmente già esecutivo e magari anche a buon punto. Ed è forse questo l'ultimo 'spettro'. Un mondo con un assetto geopolitico tutto nuovo, in cui si potrebbero venire a creare rapporti internazionali distesi e reciprocamente favorevoli, e chissà, magari come risultato inaspettato: un mondo intento anche a salvare il Pianeta.