C'è un nuovo episodio nella guerra commerciale fra Google e gli editori europei (ma il tema investe il mondo intero: solo nel corso dell'ultimo decennio non si contano le cause contro il colosso digitale di Mountain View anche negli Usa, in Canada, Giappone e Australia, e le multe antitrust inflitte - e in qualche caso annullate).
Ecco l'ultima puntata di una querelle in cui ci si contende l'utente-cliente, e i profitti che può generare in termini di mercato pubblicitario. Google, dunque, ha condotto all’inizio del 2025 un test limitato al vecchio continente: in Belgio, Croazia, Danimarca, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Spagna ha rimosso le news dall’ 1 per cento degli account. Obiettivo: valutare l’impatto e il valore reale che questi materiali producono nell’economia dell’azienda Usa in termini appunto di ricavi pubblicitari. Il risultato, secondo il report finale che qui si può leggere e scaricare, è che l’impatto dell’assenza delle notizie nei proventi generati è minimo, appena lo 0,8%. Come dire che l’utente-cliente utilizza il motore di ricerca per tutt’altre ragioni che non le notizie dal mondo (dall'Europa, in questo caso).
Google punta a dimostrare ai decisori della Ue - nel corso delle ormai lunghe trattative con gli editori per allineare l’azienda alle norme europee sul copyright - che il peso specifico delle news è ampiamente sovrastimato dagli editori dell’Unione, che lamentano l’uso indiscriminato e non pagato dei loro contenuti da parte dell’azienda di Mountain View, uso dall'impatto oggi moltiplicato per l’avvento della Intelligenza artificiale.

In realtà, argomentano dal quartier generale di Google, chi cerca un fioraio o le previsioni del tempo o vuol prenotare un volo nemmeno si accorge se dagli aggregatori spariscono l'Europa, l'Ucraina e le notizie del giorno. Naturalmente Google rivendica di aver sempre sostenuto l’ecosistema dell’informazione nella transizione al digitale, in uno sforzo per rendere l’habitat “vivace e salubre”.
Ma Google, mentre agisce in difesa dei suoi interessi, è anche uno degli operatori designati dalla Commissione Ue come “gatekeeper”, i Guardiani del mercato digitale, vale a dire le piattaforme tecnologiche che per peso e caratteristiche contribuiscono a dare forma alla transizione digitale e a garantire una concorrenza quanto più possibile leale. I gatekeeper nell’Unione – decisione del settembre 2023 - sono Alphabet (casa madre di Google), Amazon, Apple, ByteDance, Meta, Microsoft, che offrono 22 servizi di piattaforma essenziali.

È proprio partendo da questo ruolo dei grandi attori digitali che gli editori europei contestano “le presunte conclusioni” dell' ‘esperimento’ di Google. Si tratta di una invenzione “inaccettabile” – protestano - “imposta in maniera unilaterale, con criteri antidemocratici”, strumentale in maniera “brutale”. Un escamotage, insomma, per permettere a Google di deprezzare le news e di rifiutare “la remunerazione adeguata” dei contenuti: il che costituisce l’attuale oggetto del contendere nei negoziati in corso in Europa per l’attuazione della legge sul copyright, sullo sfondo dell’enorme ‘salto’ produttivo innescato e alimentato dal business dell’ Intelligenza Artificiale.
Per gli editori l’episodio è anche l’ennesima dimostrazione che grazie alla sua posizione dominante Google potrà a piacimento e in qualsiasi occasione limitare il diritto dei cittadini europei all’accesso all’informazione giornalistica, impoverendo così la qualità del dibattito democratico nella Ue. L’Unione – chiedono – non può che sanzionarla in maniera severa.