IL DIKTAT
DI TRUMP:
I MUSEI
CELEBRINO
LA GRANDEZZA AMERICANA

Il mito degli Stati Uniti, anzi il mito dell'America, perchè Washington, come è noto, è la capitale dell'intero continente, Canada compreso. È intorno a questo cardine che Donald Trump fa girare le sue campagne contro ogni "ideologia" della differenza e della tolleranza, contestando ai bersagli il diritto all'esistenza, perfino nel linguaggio.

Appartiene al filone l'ultimo editto, che incita alla purezza stelle-e-strisce, emanato dal neopresidente sotto forma degli ormai proverbiali Ordini esecutivi. Leggetelo. Ormai siamo già oltre l'ostilità alla cultura Woke. The Donald è passato al Minculpop, per dirla all'italiana: si può scrivere e comunicare la storia e l'immagine del paese in una sola versione, vidimata, ufficiale e di stato. Non è ammessa possibilità di critica. (Per garantirselo, si era già autonominato a febbraio chairman del Kennedy center for Performing arts).

L'editto nasce in risposta a atteggiamenti - scrive Trump - "che corrodono" l'identità e l'eredità culturale degli Stati Uniti. Troppi additano la società statunitense come "intrinsecamente razzista". Non sono censure in ordine sparso alla Grande America, macchè. C'è "un tentativo concertato e diffuso di riscrivere la storia". Una campagna che "sostituisce l'oggettività dei fatti e la verità con una narrazione distorta fondata sull'ideologia". Si è annidato nel paese un vero e proprio "movimento revisionista", che vuole indebolire "le grandi realizzazioni degli Stati Uniti". Che mette "in cattiva luce i principi fondanti e le pietre miliari" di uno "straordinario patrimonio" di "crescente libertà, diritti individuali e felicità umana". A questo Bengodi i revisionisti oppongono una visione degli Usa come "intrinsecamente razzisti, sessisti, oppressivi, irrecuperabili".

Naturalmente, McCarthy è morto da tempo e i sovietici, che quando Trump era giovanotto venivano rappresentati come alieni al cinema e in letteratura, non ci sono più (anzi la versione aggiornata, Putin, è uno statista col quale si tratta bene). Con chi prendersela? Il nemico stavolta non è esterno, è interno, vive anche nei pressi di Capitol Hill.

Intanto c'è Joe Biden, "the previous administration", accusabile di ogni male e di ogni fallimento. Ma l'oggetto del contendere è probabilmente il fatto che negli ultimi anni alcuni parchi, istituzioni culturali e siti hanno aggiornato i materiali esplicativi, toccando materie come la schiavitù e il sequestro delle terre ai nativi americani. È stato dato uno spazio maggiore a interrogativi sulla fondazione degli Stati Uniti e anche sui medesimi padri fondatori.


(Il complesso della Smithsonian Institution)


Da ieri però fra i reprobi ci sono anche alcuni presìdi centrali della cultura nazionale, i musei. In particolare, l'Ordine esecutivo di Trump - pomposamente intitolato "Restoring Truth and Sanity to American History" (Ripristinare la verità e la buona salute della storia americana) - prende di mira innanzitutto (non solo) la Smithsonian Institution, società pubblico-privata che ha sede a Washington e gestisce una ventina di importanti strutture culturali, fra le quali il Museo Nazionale di Storia Naturale, quello di Storia e Cultura afroamericana, la National portrait gallery e via elencando. Smithsonian che - fondata nel 1846 - ha sempre goduto di ampia autonomia, ed è considerata una sorta di custode della storia patria.

Da ieri, non più. Che cosa ha fatto la Smithsonian? Si è dedicata a "sostituire l'oggettività dei fatti con una narrazione distorta fondata sull'ideologia invece che sulla verità". Non ha pensato a "rafforzare la coesione nazionale e la comprensione profonda del passato comune", prestandosi invece a riscrivere la gloria patria in chiaroscuro, a "aggravare le divisioni nella società e alimentare un senso di vergogna nazionale". La sanzione - che Trump affida al fido vice, Vance, e ad altre autorità - è: impedire mostre o lesinare i fondi, in maniera da smantellare questa deriva "corrosiva, divisiva e incentrata sulla razza", questa "narrazione negativa dei valori americni e occidentali". Ha perfino in corso, la Smithsonian, una mostra (“The Shape of Power: Stories of Race and American Sculpture,”) in cui si sostiene - parla sempre Trump - che "gli Stati Uniti hanno usato la razza per stabilire e mantenere sistemi di potere e privilegi". Che "la scultura è stata un potente mezzo di promozione del razzismo scientifico" e addirittura che "la razza non è una realtà biologica ma una costruzione sociale". Insomma, che "la razza è un'invenzione umana".

Botte ce n'è anche per il National Museum of African American History and Culture: ha proclamato che "il duro lavoro", l' "individualismo" e "la famiglia nucleare" sono aspetti della "cultura bianca". Come se non bastasse, lo Smithsonian American Women’s History Museum, ancora in via di sviluppo, ha in mente di "celebrare i successi di atleti maschi in sport di donne": proprio un insulto al cavallo di battaglia del presidente, la guerra al transgender.

Nell'America che Trump vuol costruire, intellettuali, persone di cultura e istituzioni sappiano che: non ci sono soldi per mostre e esibizioni che trattino senza rispetto i valori Americani, dividano gli Americani con accuse di razzismo, riconoscano "uomini come fossero donne".

Saranno invece ripristinati luoghi e monumenti oscurati o rimossi in base a "false ricostruzioni della storia". E tutto ciò che celebra l'America, dalle statue agli edifici, non dovrà "screditare personaggi viventi o passati (anche dell'era delle colonie)". Degli Usa di Trump si potrà raccontare "la grandezza", non solo degli uomini ma anche delle risorse e del paesaggio (che, diciamo la verità, è la questione meno controversa). Insomma: benedite l'America, come Dio - peraltro - ha già fatto.

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