AFROAMERICAN
SMITHSONIAN
GLI USA
CHE TRUMP
VUOLE VIETARE

Sono stata al NMAAHC, National Museum of African American History and Culture, in una domenica dello scorso settembre. Entrare ad orario di apertura, uscirne nella luce rosata del tramonto è stata una vera festa, contagiata dall’allegria, dalla gioia delle famiglie afro-americane che lo hanno a poco a poco invaso. Nonni con i capelli bianchi, adolescenti con le treccine, bambini che trotterellano su gambotte traballanti, amiche che passeggiano insieme, flâneurs, fidanzati, conoscenti che si salutano da lontano. Al NMAAC dal logo con i colori dell’Africa, gratuito come tutti i musei dello Smithsonian Institute, si sentono a casa e vi portano il gusto per gli abiti sgargianti, griffati o ordinari, per stare insieme e riconoscersi come comunità. Nell’enorme sala del caffè ristoro le file si confondono per arrivare ai banconi dove si servono le pietanze del Sud, le salse e i dolci, i prodotti da forno. Seduti alle grandi tavolate pochissimi visi bianchi e quasi tutti stranieri, i bambini scorrazzano, i patriarchi e le matriarche si salutano da lontano, le mamme e i papà arrivano con vassoi colmi di ogni ben di Dio.


(Washington, Museum of African American History and Culture - foto Jemolo)


Lo Sweet Home Cafe, il negozio dei souvenir, i workshop, le mostre storiche e contemporanee, i laboratori, l’esposizione permanente, tutto è autogestito, tutto è di qualità, tutto è processo di riappropriazione della storia e della cultura dei neri americani, nel contesto dello splendido edificio progettato nel 2009 dagli architetti David Adjaye, Max J Bond, Phil Freelon - a due passi dal Monumento di Washington e dalla Casa Bianca - inaugurato nel 2016. L’aria condizionata è a palla, compriamo le felpe nel negozio interno, il commesso ride: “Il freddo è una strategia di marketing”. La prima sezione dell’esposizione permanente ci guida in Africa, attraverso dipinti, immagini, modellini di navi, mappe, per raccontare il commercio degli schiavi, 12 milioni di persone strappate dalla terra natale. È una chiamata di correità alla quale pensiamo di rado: erano europei i mercanti di schiavi. Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Stati Uniti, Brasile hanno tratto profitti dal primo esempio di schiavismo basato sul colore della pelle, questi Stati nazione hanno plasmato, dalla fine del XV secolo – quando i portoghesi avviarono il businness - e per parecchi secoli a seguire, i modi di produzione della ricchezza assicurativa, finanziaria, agricola, mercantile, industriale. Ancora oggi il mondo paga le conseguenze di quella immane tragedia e straordinario sviluppo, su tanti piani, da quello dei diritti a quello ambientale.


(Uno scorcio delloa Smithsonian)


La festosa esperienza e l’immersione nella storia nera americana, dalla guerra civile a Rosa Parker, da Martin Luther King alle battaglie per i diritti civili, agli atleti, gli intellettuali, i giuristi, i biblisti, le donne scienziate e le donne che si sono battute per l’eguaglianza (in marzo il museo ha dedicato mostre e iniziative alle donne), mi è tornata in mente quando ho letto su Foglieviaggi (fra le prime testate a informarci) che lo Smithsonian e i suoi splendidi musei (arte, aerospazio, naturale, degli archivi etc.) sono nel mirino di Trump. Devono convertirsi al MAGA se non vogliono perdere i finanziamenti federali. Come spiegare che, invece, proprio quella esperienza inclusiva e l’autonomia delle culture che convivono nella capitale degli USA “made America great”?

Washington è anche un museo a cielo aperto e i memorial della guerra di Corea e della guerra del Vietnam, ad esempio, immersi nel verde del grande parco waterfront rimandano ad altre epoche, militariste e retoriche ma pur sempre storia, comitive di veterani percorrono i viali, gruppi di scolaresche salgono le rampe della scalinata fino al monumento a Lincoln, di modeste dimensioni nella realtà rispetto all’immagine cinematografica mille volte riproposta nelle pellicole di tuti i tempi. Piccola la Casa Bianca immersa nel verde, John Adams, quando la inaugurò nel 1800, scrisse alla moglie Abigail: “Possano solo uomini onesti e saggi governare sotto questo tetto”. La convivenza serena, quasi bucolica, di tante comunità differenti lungo i percorsi delle istituzioni poco militarizzate e più importanti degli Stati Uniti, rendevano inverosimili, come distopiche, le immagini dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2020.

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