FoglieViaggi ha assaggiato per voi alla Master Class tenutasi a Bologna il 27 gennaio e proposta dal Gruppo Les Grands Chais de France, fondato e gestito dalla famiglia Helfrich, lo Chenin blanc nella versione della tradizione e della sperimentazione. Questo vitigno, definito la tela bianca del degustatore, offre un ventaglio di possibilità che consentono grandi differenziazioni anche dal punto di vista visivo. Il viaggio guidato in due tappe e tre bottiglie, accompagnato poi da una varietà di assaggi, mette in luce la scelta tradizionale, giocata soprattutto in bocca della Loira e quella più sperimentale del Sud Africa, che punta molto sul naso. La prima è un grande classico, che offre prodotti gastronomici; la seconda si rivolge soprattutto a un pubblico curioso e pronto alla sperimentazione. La storia della famiglia Helfrich è strettamente legata all’Alsazia, dove nel 1979 Joseph Helfrich, il maggiore dei sei figli di René, produttore di acquaviti di frutta e vini alsaziani classici, fondò Les Grands Chais de France, produttore e primo esportatore di vini francesi al mondo con oltre 170 paesi raggiunti. Malgrado le dimensioni, resta un’azienda familiare che presto si è convertita dal Cognac al vino e che dal 2021 è presente anche in Sud Africa. Lo Chenin è un vitigno della Loira, la prima varietà tra quelli a bacca bianca in Sud Africa e in crescita nei vitigni impiantati negli Stati Uniti. Presenta un’acidità spiccata anche nei vini secchi con un sentore di Botrytis anche dove non è presente; e rispetto al Riesling ha un corpo più pieno, può avere sentore di legno, di lanolina e torta di mela e presenta al palato una consistenza oleosa con sentori di cera d’api.

Per il mercato del Sud Africa occorre qualche indicazione, come l’enorme estensione, 120 ettari, coltivati per il 55% con vitigni a bacca bianca, un’esportazione in crescita e una concentrazione produttiva nel Capo Occidentale dove è presente Città del Capo. È questa la zona maggiormente vocata del Paese, dove più si sale verso nord più il clima è secco, caldo e inadatto alla viticoltura. Nell’area prediletta invece il clima è di tipo mediterraneo, con una corrente fredda e un corridoio ventoso, protetta dal caldo eccessivo del nord da una cintura montuosa. Risalendo la storia, nel periodo che va dal 1917 al 1980 la viticoltura sudafricana aveva una produzione in esubero, legata a incentivi rivolti unicamente al dato quantitativo, con una mancanza di immagine; mentre tra il 1980 e oggi al primo posto è stata posta la ricerca di qualità, la valorizzazione dei segni distintivi della zona e la forte capacità di certificazione.

Con il vino Neethlingshof Estate Wine South of Africa, siamo al secondo anno di produzione dopo l’acquisto da parte della famiglia Helfrich e ci troviamo nella prima regione produttiva del Paese a Stellendbosch, dove sono forti gli investimenti privati. Si tratta del vigneto più storico del Sud Africa, vicino all’oceano dove, oltre a una serie di vitigni a bacca bianca, c’è una produzione di vini rossi considerevole, per lo più di taglio bordolese con tanti tipi di terreno diversi. Il vino in oggetto, vendemmia 2024, ha una certificazione di sostenibilità anche sociale, è prodotto solo in acciaio, ha sentori terrosi, fumosi all’inizio della degustazione, che virano poi verso note tropicali senza ovvietà; morbido, quasi oleoso in bocca, è fresco, molto sapido e caldo. Non fa fermentazione malolattica, raggiunge i 13 gradi, e con il suo tappo a vite consente versatilità e tenuta ermetica, molto pratica anche per il servizio al calice nella ristorazione.

Proseguiamo poi addentrandoci nella Loira dove la prima tappa è a Saumur con M de Montguéret, nella parte centrale della Regione. Contrassegnato dall’AOC Saumur blanc, l’allevamento è su un terreno con scisto, argilla e calcare e fa minimo tre mesi di affinamento in bottiglia. È un vino tipico del Vecchio Mondo, con un naso largo ma non di grande complessità, mentre in bocca offre un percorso interessante con una bella parte citrina, sentori di cedro accattivanti, note di mou, conserva un sentore fresco di mela croccante e comunque un alcol ben presente, sopra i 13 gradi. Possibile alternativa al Sancerre e a uno Chablis di base, è molto adatto agli abbinamenti gastronomici.

Terza e ultima tappa è Château de Fesles, nell’area di Anjou, Chenin Sec che in questa zona significa sotto i 9 grammi/litro di residuo zuccherino, qui decisamente inferiori. Il terroir è scisto e il naso è ancora meno significativo, austero, con note di polvere da sparo, questa vendemia 2020 e ancor più quella 2018 – annata fantastica – si apre in bocca. Al palato si avverte lanolina, una parte citrica, una malica, sentori minerali e note speziate che provengono dal legno, una complessità intrigante. Il vino è decisamente gastronomico e a seconda dell’avvolgenza desiderata e dell’abbinamento con il cibo scelto si può alzare o abbassare la temperatura. In quest’area si producono vini sui quali si interviene con la tecnica del batonnage e con un lavoro prolungato sui lieviti che consentono una lunga vita ai prodotti.

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