Partiamo presto, ça va sans dire. Siamo diretti a Siem Reap. Faremo tappa sul Grande Lago, Tonle Sap, per vedere un famoso villaggio di pescatori ed esplorare in barca il lago.
Rispetto al Vietnam i colori sono cambiati, sono più intensi. Lungo il percorso, quasi senza soluzione di continuità, si affacciano case, per lo più in legno. È una strana urbanizzazione. Le costruzioni sono solo ai due lati della strada. Oltre le abitazioni nulla, solo campi. Niente piazze o altre strade. Come se attraversassimo un unico enorme villaggio che corre verso nord fiancheggiando la carreggiata. Ogni tanto una scuola. Ra mi spiega che fuori città è lecito costruire purché si sia proprietari del suolo. Molte residenze non hanno acqua corrente ed elettricità, anche se pian piano qualche servizio sta arrivando. Osserviamo con un po’ di preoccupazione i bambini non sorvegliati che giocano lungo la via. Vedo qualcosa di autentico che non avevo colto nel Vietnam, evidentemente più sviluppato e occidentalizzato.

Ci fermiamo in una specie di mercatino coloratissimo. Ra ci sconsiglia di usare i bagni e ci avverte che ci fermeremo poco più avanti in un autogrill. Qui ci offrono i cibi della loro tradizione, roba per stomaci forti: enormi ragni fritti, scorpioni, topi e serpenti alla brace, bachi da seta che mi sembrano fritti. Siamo tutti un po’ sconcertati e nessuno di noi ha il coraggio di fare assaggi. Ra insiste che i ragni sono deliziosi, ma dice che lui ha scoperto di essere allergico e quindi non ne prende.

Mujer è quella, di noi tutti, più a suo agio. Accetta l’offerta di alcuni bambini e si lascia camminare addosso diversi grossi ragni vivi, destinati ad essere cucinati. Compra ananas e mango disidratati. È divertita dal raccapriccio dei ragazzi del gruppo, i più schifiltosi verso rettili e insetti. Recupero una vecchia foto in cui anni fa immortalai la mano di Mujer che, francescanamente, accarezzava una grossa lucertola, e mi godo il ribrezzo degli astanti. Per fortuna la mia imprevedibile compagna non si lancia in assaggi arditi: avrei avuto qualche remora a baciarla, in futuro.

Ra ha un approccio al suo lavoro che mi ricorda Anna di Saigon: vuole farci conoscere il più possibile del suo Paese. Non esita a cambiare i programmi, a proporci informazioni di botanica, leggende, tradizioni. Compra cibi per farceli assaggiare.

Fuori programma ci conduce a una Pagoda sperduta con annesso monastero e piccolo villaggio: vuol farci vedere come vivono i monaci arancioni. Ci racconta che per molte famiglie indirizzare un figlio alla vita monastica significa sottrarlo all’indigenza e farlo studiare gratuitamente. I monaci non possono toccare o essere toccati dalle donne e vivono in totale castità. Possono mangiare come e quanto vogliono (vivono delle offerte dei fedeli che sono comunque sempre abbondanti) ma solo al mattino. Dopo mezzogiorno devono osservare il digiuno fino al giorno successivo. Possono fumare. Parlano tra loro una lingua a parte, non compresa dal popolo. Infatti, ci spiega Ra, in Cambogia si parlano tre diverse lingue: quella del popolo, quella dei monaci e quella dei reali. Solo le ultime due hanno parecchi caratteri comuni.

Più avanti, sempre fuori programma, la nostra guida ci regala una sosta al ponte Spean Praptos, presso Kampong Kdei, un ponte angkoriano in arenaria sul fiume Chikreng. La struttura, molto bella, risale al XII secolo ed è stata restaurata dai francesi negli anni ’60 del secolo scorso. Ra non perde l’occasione per acquistare da un venditore ambulante dei dolci di farina di riso e zucchero di palma per farceli assaggiare. Ottimi.

Siamo ormai presso il lago Tonle Sap, che in un eccesso di campanilismo Ra definisce il lago più grande dell’Asia. L’informazione non combacia con i nostri ricordi scolastici e una rapida scorsa al web ci conferma che in Asia ci sono almeno una decina di laghi di maggior superficie.

Attraversiamo col mini bus il villaggio dei pescatori. Le case sono su alte palafitte e hanno accesso sia dal lago che dalla strada. Mi colpisce sempre, nei bambini, l’estrema povertà collegata al sorriso aperto. Anche qui temiamo che i giochi dei bimbi, così vicini al traffico dei veicoli, possano portarli a movimenti imprevedibili e a incidenti. Le case appaiono poverissime. Le passerelle che collegano la terraferma alle abitazioni sono abbastanza malmesse e sembrano lì lì per crollare. Arriviamo al molo e saliamo su un barcone per l’esplorazione del lago. Visto dall’acqua il villaggio appare ancora diverso. Oltre alle palafitte, una miriade di altre dimore, ma anche negozi, uffici, luoghi di culto e scuole, si trova su barconi e piattaforme galleggianti. Le piene del lago possono alzare il livello dell’acqua anche di dieci metri.

Navighiamo a velocità abbastanza sostenuta per circa mezz’ora. Ra ci chiarisce che abbiamo raggiunto un punto centrale dal quale non si vede più la terraferma. Siamo probabilmente equidistanti dalle due opposte sponde del lago. Possiamo invertire la rotta e tornare al villaggio e agli allevamenti di pesce. Anche questo posto ci resta nel cuore: abbiamo la percezione che ci sia ben poco di turistico e di artefatto. Questa gente vive proprio così.

A Siem Reap salutiamo Ra. Anche qui io e Mujer siamo in un albergo diverso dal resto del gruppo.
Dopo la doccia prendiamo un Tuk Tuk per raggiungere gli amici e con loro, in formazione ridotta perché Elio e Sofia preferiscono restare in albergo, ci avviamo a scoprire questa nuova città.

Il mio Tuk Tuk è il numero 10. Il giovane che lo guida mi chiede di registrare il suo numero e di chiamarlo quando dovremo tornare indietro. È gentile e garbato, per nulla invadente: insiste a chiamarmi “Sir”, praticamente mi ha nominato baronetto. Ci lascia nella coloratissima Pub Street. Per la cena preferiamo evitare questi locali occidentali e, cercando su Tripadvisor, troviamo un ristorante di cucina cambogiana in una zona più tranquilla, appena attraversato il fiume: Sambo Khmer & Thai.

Mangiamo bene e a buon mercato. Poi il mio amico numero dieci viene a prenderci insieme a un collega e rientriamo in albergo a bordo dei due Tuk Tuk.
(7. continua)